C’è una strana relazione fra Australia e musica psichedelica che vale la pena di indagare, anche se non in questa sede. Tame Impala, GUM e soprattutto Pond, tre band australiane che negli ultimi anni hanno occupato un posto di rilievo nel panorama psychedelic rock mondiale, sulla scia del percorso segnato a cavallo fra i due millenni da Flaming Lips prima ed MGMT poi. Delle tre, strettamente legate fra loro, oggi ci interessano i Pond. La band capitanata da quel fuori di testa di Nick Allbrook – chi ha visto un suo concerto sa di cosa parlo – arriva all’ottavo disco, Tasmania, costruito ancora una volta con l’aiuto alla produzione di Kevin Parker, che porta con sé, oltre al talento, il suono degli ultimi Tame Impala, quelli di Currents, con tutti i pro e i contro del caso.

L’impostazione meno rock e più pop-psichedelico danzereccio appare subito evidente con “Daisy”: batteria super-compressa, forzatamente grooveggiante, melodia orecchiabile e i synth che prendono il posto delle chitarre. Un copione già visto in Currents, appunto, ma eseguito con un pizzico in più di pazzia. Impostazione che torna anche nell’ottimo downtempo “The boys are killing me”, ma che necessariamente porta spesso a momenti di déjà vu fastidiosi, come in “Hand Mouth Dancer”, su cui aleggia lo spettro anni ’80, ma soprattutto il tono di chitarra sintetica cifra stilistica di molti brani degli ultimi Tame Impala.

Ma i Pond rimangono comunque una band con un’identità precisa e definita. Una base solida che permette sperimentazioni e contaminazioni. Sul lato testuale da annotare il focus sul tema ambiente, innestato in un panorama semantico allucinato e ironico. Così in “Sixteen Days” Allbrook canta “While the whole world melts, am I meant to just watch?”, causando un interessante corto circuito fra testo apocalittico e musica da picnic domenicale fra amici nel deserto. Lo stesso vale, in modo ancora più evidente, nella successiva “Tasmania”:

I might, I might go shack up in Tasmania
Before the ozone goes
And paradise burns in Australia-r
Who knows? Who knows?

Tasmania

Non mancano anche sperimentazioni musicali, presenti più nella seconda parte del disco. La voce di Allbrook, leggera ma potente, è l’elemento principale di “Shame”, che per il resto si regge su un arrangiamento minimale a dir poco. “Burn Out Star” è invece un collage di tre sezioni musicali molto diverse fra loro: inizia come un brano dei Flaming Lips e finisce su un forsennato ritmo di chitarra dopo essersi “addormentato” nell’elettronico intermezzo.

Gli agganci alla storia dello psychedelic rock del terzo millennio ci sono e si fanno sentire. La spaziale “Goodnight P.C.C.” sembra un mix fra gli MGMT del self-titled e quelli di Congratulations, e c’è spazio anche per i Tame Impala della prima ora nella seconda parte della conclusiva “Doctor’s Inn”, con quella batteria acida e super satura e il basso che a fine battuta si allunga sulle note alte e una pioggia di effetti – flanger, delay e reverb vari – a tenere incollato il tutto.

Tasmania si colloca in stretta continuità con il precedente The Weather, riuscendo meglio nel cambio di pelle di cui i Pond hanno bisogno. Rimane però un po’ di amaro in bocca, la sensazione che forse il mondo psych abbia già dato tutto quello che poteva dare in termini di innovazione musicale. Solo uno, però, dei tanti aspetti di cui tenere conto, in tutti gli altri Tasmania si rivela un disco impegnato ma leggero e piacevole da ascoltare, soprattutto se vi capita di fare una gitarella nell’outback australiano.