A cinque anni dall’ultimo album ecco “The Hope Six Demolition Project”, nona fatica per la cantautrice britannica. Il primo impatto che si ha di quest’album è la facilità con cui PJ Harvey si destreggia tra gradevoli incroci di musica apparentemente fuori dal tempo, dove gospel e blues vengono sapientemente mescolati, senza disdegnare la parte elettrica come in The Wheel o The Community of Hope.

Come nel precedente album, anche questo ha una precisa impronta politica, il titolo del disco difatti prende spunto da un progetto di demolizione denominato appunto “Hope VI”, dove a Washington vennero abbattute vecchie abitazioni popolari, al seguito di una riqualificazione di un quartiere con il conseguente disagio da parte di chi ci abitava.
Si tratta quindi di un diario personale dei suoi vari viaggi effettuati, tra cui anche Afghanistan e Kosovo, insieme al fotoreporter Seamus Murphy. Nel video di The Wheel, per esempio, si può vedere una Kosovo abbandonata a sé stessa, distrutta.

Senza entrare nella particolarità di ogni singola canzone, da quest’album si può evincere la scrupolosità di PJ Harvey in ogni piccolo dettaglio musicale, dai cori gospel agli assoli di sax, con dei collaboratori di tutto rispetto (e con una punta d’orgoglio patriottico che cito, tra gli altri, Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana).
The Hope Six Demolition Project è un album di grande impatto umano, intenso. Polly Jean riesce a farci entrare in quell’atmosfera straziante che può essere uno scenario di guerra. Ci prende per mano e ci porta con sé nel suo viaggio.
Ed a noi non ci resta che farci trasportare.

 

Davide Anastasio
@Davidevox