Piers Faccini è a tutti gli effetti un cittadino del mondo, nelle cui vene scorre sangue italiano ed inglese (e andando a ritroso nei suoi avi ci sono anche tracce russe e polacche) e la cui patria di elezione è la Francia: inevitabilmente il suo sound, per stessa definizione dell’artista di Luton, è apolide, in movimento verso varie culture come Piers, nomade che non si sente appartenere completamente ed in esclusiva ad un’unica cultura.

Ma c’è in particolare un luogo, o meglio un crocevia di luoghi, patrimoni, civiltà che affascina soprattutto Faccini, ed è il Mediterraneo: “Mi ha sempre affascinato la ricchezza delle tradizioni culturali mediterranee – spiega nel suo blog  – costruite e stratificatesi lungo i millenni e che abbracciano l’Europa e l’Africa, l’est e l’ovest riunendo i mondi greci, latini, berberi ed arabi. Come molti altri europei, la mia genealogia e la mia storia si rispecchiano negli stretti marini e nei passi di montagna, i sentieri che pellegrini, viaggiatori e migranti hanno percorso nel corso dei secoli. Quale miglior posto poteva essere una fonte di ispirazione se non questo multiculturale Sud Europa?”. Ed è proprio questa ispirazione che ha fatto nascere I Dreamed An Island, ultima fatica di Piers Faccini, melting pot di culture tradotte in musica e che richiama omaggiandolo lo spirito che animava la Sicilia Normanna del XII e XIIIesimo secolo, crocevia di popoli e sensibilità diverse, ponte tra l’Europa e il mondo arabo: quella stessa isola dove fiorì in quel periodo la Scuola Siciliana presso la corte di Federico II, foriera di innovazioni in ambito letterario e che lasciò una importante eredità nella cultura italiana ed europea.

Questa Sicilia del Basso Medioevo era quindi la fucina di fermenti letterari, politici, filosofici in cui popoli diversi potevano ritagliarsi uno spazio ed integrarsi in maniera armonica tra di loro, e basterebbe farsi un giro in terra sicula per rendersi conto del lascito delle culture mediorientali e bizantine. Per fare un esempio, in un brando di I Dreamed An Island ovvero Cloack of Blue, Piers Faccini si è lasciato ispirare dai mosaici bizantini ammirati a Cefalù ed in particolare dal pigmento che adorna il Cristo Pantocrator, un blu che dall’Afghanistan giunse in Europa  ottenuto dal lapislazzuli o lazurite; utilizzato da noi nella pittura e nei mosaici (anche da Giotto), spesso – come scrive Piers nel suo blog – per colorare le vesti della Vergine Maria. Il blu che da vie commerciali lunghe e tortuose arriva dal medio oriente e che ammiriamo nell’arte delle nostre terre diventa così il simbolo della stretta relazione tra due mondi che si affacciano sul Mediterraneo e su come siamo legati più di quanto possiamo immaginare.

Questo spirito anima l’intero album, e Piers Faccini, da artista colto ed intelligente quale è, dà vita in I Dreamed An Island ad un incontro tra artisti diversi per provenienza geografica che lo supportano suonando nei dieci brani una varietà di strumenti inusuali ma dai timbri caratteristici, originari dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dall’Africa al Medio Oriente. Abbiamo così una line up prestigiosa di musicisti che vale la pena citare con la loro strumentazione per il loro fondamentale contributo,e che comprende tra gli altri il batterista e percussionista italiano Simone Prattico, il suonatore di salterio, un antico strumento a corde, Bill Cooley dall’America, il francese Loy Ehrlich, pioniere della word music e alle prese con il sintir, strumento proveniente dal Nord Africa e l’italiano Luca Tarantino alla chitarra barocca.

Piers Faccini celebra così il suo amore per i Paesi mediterranei e le sonorità che provengono da essi e rendendo, come abbiamo visto, la Sicilia Normanna la scintilla che scatena la sua ispirazione: perché I Dreamed An Island è esattamente questo, un album ispirato e che regala un viaggio che incrocia e fa dialogare culture europee, africane, arabe e bizantine. Definire il risultato di questo album world music però potrebbe sminuire la profonda ricerca che lo ha animato riducendolo ad una immagine da cartolina; niente di più lontano dagli intenti di Piers Faccini che per quanta bellezza arcadica possa trasparire dalle sonorità delle tracce in esse non si trascura l’attualità: il singolo Bring Down The Wall, con suggestioni della taranta salentina (e infatti una parte del testo è nella lingua del Salento, grazie al contributo di Mauro Durante), affronta come suggerisce il titolo la tendenza ad erigere muri per difendere i confini nazionali; Drone, invece, coniuga la tragedia di un siriano che vede il suo Paese sprofondare nella devastazione per via dei bombardamenti portati dagli UAV (“I saw my town disappear in smoke”) ad un sound raffinato, ipnotico, sensuale e melodico in cui si intarsiano gli arabeschi dell’oud e la cristallina bellezza dei timbri degli archi e dei flauti. Ancora, la conclusiva Oiseau è stata scritta in seguito agli attentati terroristici di Parigi a fine 2015 e raccoglie la preghiera di svegliarsi dall’incubo in un brano intenso e struggente nella sua semplicità.

Per quanta malinconia possa trasparire dalle tracce e dalla voce di Piers Faccini, l’album però è vitale e solare nel senso meno ingenuo possibile, una celebrazione della varietà culturale mediterranea e musicale. Così l’artista anglo – italiano canta  anche in francese (e non è una novità) e persino in palermitano, riporta in The Many Were More (che ricorda i Tinariwen) il poema La Mia Sicilia di Ibn-Hamdis, poeta arabo-siciliano, anche lui proveniente dal fertile ambiente culturale che era l’isola tra l’XI e XII secolo ed impreziosisce i brani con arrangiamenti in cui domina la scala araba (Beloved, ad esempio).  Non ci sono riempitivi, ogni canzone svela lati mirabili ed incantevoli: l’apertura evocativa To Be Sky, la sinuosa Judith (con la chitarra barocca di Luca Tarantino) che sembra John Martyn che incontra la cultura bizantina e mediorientale, l’accenno di flamenco in Anima con la grazia del theorbo e la suggestiva ballad Comets che ricorda i Calexico.

Con tutti gli elementi che aveva a disposizione Piers Faccini non ha corso il rischio di creare un album appesantito concettualmente e musicalmente. Mai un cedimento all’enfasi e alla retorica: il suo stile minimale non viene intaccato ma si arricchisce e guadagna ulteriore fascino. Già in occasione del lancio del precedente Between Dogs And Wolves Piers dichiarò che l’influenza dell’Africa nelle ritmiche e nel modo di suonare la chitarra si faceva sempre più forte: oggi con I Dreamed An Island possiamo dire che la sua sensibilità musicale riesce nel miracolo di armonizzare culture diverse e regalarci un album che è letteralmente incantevole. Pochi artisti sono dotati di un tale amore per il loro lavoro da riuscire in questo intento.