Le persone maturano, a volte. Il fatto che Pete Doherty sia una di queste fa avere speranza. Quando è uscito Grace/Wastelands nel 2009 quasi nessuno si aspettava un album così “profondo” quasi a dire che i Libertines erano diventati famosi solo perché il cantante era figo. Sarà vero? Senza perdersi in discorsi inutili consideriamo il presente, perché il ragazzino dall’aria da poeta maledetto, quello che che odiavi perché aveva la faccia da schiaffi, ma che era troppo bravo per non ascoltarlo, è quasi quarantenne ed è senza dubbio un songwriter davvero originale.

Hamburg Demonstration è un album post romantico se post romantico significa qualcosa. La cosa assurda infatti è che Pete ha uno stile così particolare che è difficile da etichettare, attribuirlo a qualcosa. Te lo vedi lì, in una ampia stanza ottocentesca ben tenuta, steso svogliato sul divano a cazzeggiare con la chitarra. L’atmosfera è intima, la qualità è quasi garage e le canzoni sembrano dei demo (fatti più che bene). Potresti immaginarti tranquillamente insieme a Pete e il produttore Johann Scheerer negli studi Clouds Hill Recordings ad Amburgo.

Doherty è passato da cantare “Fuck forever/ If you don’t mind” a “I don’t love anyone/ But you’re not just anyone”, da parole superficiali a versi così semplici ma affascinanti che farebbero tornare anche Kate Moss. I party da sesso e droga sono lontani, molto lontani, come la forma fisica a vedere dalle foto, ma alla fine non importa, la sua musica ora sta proprio nella consapevolezza del passaggio da rockstar egocentrica ad artista “adulto”.

Le canzoni seguono quindi questa poesia matura, “Kolly Kibbler” sembra uscire da un romanzo francese, “Down For The Outing” è splendidamente malinconica (“Sorry dad / For every good time that I had / They made it look so bad) mentre in “Birdcage” duetta con Suzie Martin. Poi ci sono i riferimenti: “Flags of the Old Regime” è il tributo di Doherty a Amy Winehouse mentre “Hell To Pay At The Gates Of Heaven” è scritta per gli attenti a Parigi dentro il Bataclan. La melodia ironica e orecchiabile viene da canticchiare spensierata, ma “nasconde” uno dei problemi più delicati della società, il terrorismo.

L’album torna leggero nel finale; la prima strofa di “A Spy in the House of Love” fa venire in mente uno spot di Dior per poi diventare scherzosa, “Oily Boker”, il singolo “The Whole World Is Our Playground” e “She is Far” sono le più sognanti ed evidenziano il lato spontaneo e dolce di Doherty.

Sarà sempre visto come l’artista problematico e turbato da una sorta di nichilismo moderno (altrimenti che artista è!), ma sembra aver trovato la sua grazia, la sua intimità, senza dover usare l’eroina (forse). Pete Doherty fa uscire dal cappello amore, politica, notorietà, sogni e ci fa entrare nella sua vita da trentasettenne. E non è certo una vita monotona.