Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, come recitava una poesia di Stéphane Mallarmé, e chi lo sfida è destinato a naufragare: vallo a spiegare al compositore americano Peter Broderick che, come strombazzato dalle cartelle stampa e dalle news che hanno accompagnato l’uscita di Partners, lega al lancio dei dadi la composizione di un brano. Ma sotto la superficie di quello che sembra un capriccio da alternativo ribelle c’è un intero album guidato da presupposti solidi e da una vibrante ispirazione, da capire oltre che da ascoltare.

Avevamo lasciato  Peter Broderick alla svolta cantautorale folk dell’album dello scorso anno, Colours Of The Night, e ritenevamo forse che quello era il punto fermo da cui ripartire dopo una carriera in bilico tra composizione tout court e cantautorato. Nulla di più errato, perché Broderick in Partners spariglia le carte in grande stile: galeotto fu John Cage e l’ascolto – o meglio, la dedizione mostrata nei confronti di In a Landscape, composizione del 1948 nata per una coreografia, estaticamente prossima ad Erik Satie.  Racconta Broderick come si sia riavvicinato al pianoforte proprio grazie al brano di Cage, studiato sino allo spasimo, e che sia rimasto colpito dal modus operandi dell’artista americano basato sulla composizione musicale fondata su operazioni casuali ed annullando così il musicista e compositore:  il processo di creazione diventa un automatismo (“Tutto può succedere”, come direbbe Cage stesso). In pratica, il caso che governa le leggi del mondo e presiede la vita degli uomini che non possono fare altro che prenderne atto; il tutto applicato alla creazione musicale. Nasce così Partners, album per piano e pochissima voce, sette brani aperti dalla title track che espone il processo creativo governato dalla casualità: si tratta di uno spoken word in cui Broderick recita dei mesostici (ovvero quelle lettere o sillabe centrali di una serie di frasi che formano delle parole, tipo l’acrostico: tecnica già usata da Cage) selezionati da poemi il cui numero e ordine sono stati scelti tramite il lancio di un dado; per intenderci, la parola Partners che dà il titolo all’album è quella finale dell’ultima composizione poetica scelta dal caso, giusto per rimarcare il fatto che è quest’ultimo a governare il disco, anche nel titolo stesso.

Definire la seconda traccia una cover sarebbe riduttivo e svilente, perché la versione qui proposta della già citata In a Landscape è frutto di dedizione e di fedeltà filologica (“I love playing that piece so much”, parole e musica dello stesso Broderick).  Studiata nota per nota nelle sue varie registrazioni, viene eseguita secondo i dettami di Cage tenendo sempre il piede sul pedale di destra (di risonanza): non è un dettaglio di poco conto, perché l’uso di questo artifizio può produrre effetti di atmosfera e profondità oppure risultare confuso e pasticciato. Fortunatamente non è questo il caso, perché la maestria dell’ex membro degli Efterklang è quella di creare un suono riverberato che rende giustizia alla sensazione di sospensione del brano originale, un eterno presente musicale dove il vibrare delle note riempie ogni silenzio, mentre le scale armoniche creano un continuum tensivo, un moto perpetuo.

Altra menzione particolare merita la chiacchierata Under The Bridge, la famosa traccia composta sotto la guida del puro caso, assegnando una serie di numeri ad una serie di note precise il cui ordine di esecuzione viene deciso dal lancio dei dadi: quasi un revival avanguardista.  Ma il risultato è meno dadaista di quanto si potrebbe pensare, ma al tempo stesso forse un po’ fine a sé stesso: pazienza, Peter Broderick voleva escludere sé stesso dalla musica e lasciare l’ultima parola al caso, e così sia. Tuttavia non si elimina completamente il controllo dell’artista: il caso non diventa caos, non si corre il rischio di una massa informe di note armonicamente slegate tra loro, anche perché il punto di partenza è pur sempre fissato dal compositore, non eliminando quindi totalmente il controllo creativo sulla sua opera che tutto sommato segue la direttrice da lui impostata.

Il resto dell’album offre melodie soavemente arrangiate accompagnate da discreti loop vocali (Carried) che si innestano come uno strumento non invasivo ma perfetto per dare profondità come nella habanera di Conspiraling; non mancano inoltre momenti di ambient impressionistico come nel ritratto pastorale di Up Niek Mountain,  nei cui riff si cita persino In a Landscape. Chiude una cover (questa volta è così), Sometimes, di una assistita del produttore Broderick, ovvero la folk singer irlandese Brigid Mae Power: dopo la falsa partenza con tanto di imprecazione on record in cui il cantautore e compositore si rimprovera una esecuzione troppo pignola, il brano mette da parte ogni pretesa filologica per restituirci un Peter Broderick diverso dal resto dell’album (fin qui impegnato nella cura di un progetto votato al caso, rimuovendo sé stesso) e più vicino a lavori precedenti come How They Are, quindi più coinvolto emozionalmente, anche a costo di risultare poco preciso.

Peter Broderick ha dichiarato di aver volutamente evitato di ascoltare il mix finale dell’album, apprezzando l’idea di poter ascoltare Partners per la prima volta nei prossimi anni nell’airplay di qualche café o roadside diner: ma questo non è un album di easy listening, ma un lavoro che poteva correre il rischio di essere fine a sé stesso ma che invece segna  una ripartenza nella carriera di Peter Broderick ed un atto d’amore totale e devoto verso la musica.