Daniel Lopatin, in arte Oneohtrix Point Never (da ora in poi OPN), è all’apice della sua carriera. Da giovane promessa cresciuta nel confuso underground dell’elettronica del nuovo millennio, il produttore di Brooklyn si è lentamente creato un suo spazio musicale e commerciale: nelle officine della mitica Warp Records prima e in un certo spicchio di pop avanguardista poi. I suoi dischi, maree elettroniche di sample digitali e frenetiche melodie, di recente lo hanno portato a comporre la colonna sonora dell’apprezzatissimo “Good Time”, a collaborare con un certo David Byrne e soprattutto a produrre il suo nuovo disco, Age Of, avvalendosi dell’aiuto di qualche nome di spessore: James Blake, Anohi, Prurient.

Compagni di registrazione importanti per un disco importante. Age Of è la maturità artistica per OPN: un album che fa del rapporto fra uomo e le sue creazioni tecnologiche – dall’energia atomica all’intelligenza artificiale – il perno centrale da cui si diramano altre riflessioni più o meno criptiche sulla società moderna. Un tema di fondo vastissimo e in continua variazione, che emerge non solo nei contributi vocali dello stesso Lopatin, più frequenti del solito, ma anche e soprattutto da un modo di comporre, arrangiare e plasmare il suono a metà fra l’artificiale e l’umano. Nulla di nuovo per chi conosce la discografia di OPN; Age Of è però il passo decisivo, quello in cui i contorni e l’obiettivo finale sono più a fuoco.

Liquid shaky ground
That the soil cannot reach (Cannot reach)
And the tower casts a shadow
Virus when you speak

Nella title track, che apre il disco, c’è tutto quello a cui OPN ci ha abituato: il caratteristico suono di clavicembalo elettronico, distorto a tratti da interferenze improvvise, e linee melodiche velocissime. Lopatin riesce a comporre una musica che è unica, solo sua, correndo però spesso il rischio di suonare ripetitivo. Ma è un rischio calcolato e superato dall’impressionante lavoro sui sample di tutto il disco, che in “myriad.industries” giocano a scambiarsi e rubarsi le note del pentagramma in un perenne intreccio musicale. Nella giocosa “Toys 2”, la proposta di Lopatin “per la colonna sonora di un film Pixar”, è evidente tutta la sua abilità nella produzione: il produttore newyorkese è capace di gestire decine di layer sonori senza che nulla risulti superfluo.
Age Of si rivela un disco vario in cui si incontrano decine di influenze sonore: la ruvida elettronica di “We’ll Take It”, ma anche il folk psichedelico e deformato di “Babylon”, un inno alle contraddizioni delle metropoli moderne, e l’R&B di “The Station”, un brano scritto per e scartato da Usher, tutto costruito su una riuscitissima linea di basso. Qui la voce di Lopatin sembra intrappolata negli effetti distorsivi: robotica ma non troppo; umana ma non troppo.

Blind vision, blind belief
Black snow’s coming, I saw it on TV
No information, no harmony
Yeah, a wave of black snow
A wave of black snow

All’ottima produzione, ottenuta anche grazie all’aiuto del già citato James Black, su Age Of OPN osa di più sulle linee vocali, che fanno l’occhiolino agli ultimi trend pop, ma parlando di temi tutt’altro che banali e gioiosi. “Black Snow” sembra uscita dal Roadhouse di Twin Peaks, se nel sognante mondo di David Lynch fosse arrivato l’autotune. E soprattutto se in quel mondo fosse arrivata l’apocalisse e dal cielo venisse giù una valanga di neve nera. In quel deserto apocalittico potrebbero rimanere solo le macchine e la loro intelligenza artificiale, che in “Same” prende la parola, ironicamente con la voce più umana del disco, raccontando l’inferno digitale in cui il suo creatore l’ha abbandonata.
Nell’angosciante “Warning” invece una voce ci ripete senza sosta di stare attenti. A cosa? A tutto, probabilmente. Ma nel nuovo desolato mondo radioattivo, suonato in chiusura del disco nella malinconica “Raycats” e soprattutto nella conclusiva “Last Known Image Of A Songs”, sono rimaste solo delle texture digitali su cui poggiare qualche simil-contrabasso e qualche simil-tromba che improvvisano note confuse, con un’atmosfera che richiama il Frank Zappa di Civilization Phaze III.

In Age Of, Daniele Lopatin sembra proprio essersi messo nei panni di un’AI che cerca di scrivere un disco come lo scriverebbe un umano: mangia tutto quello che trova, dall’elettronica d’avanguardia al jazz fino all’hip hop, e sputa fuori un pastiche di influenze sonore e testuali filtrate da un’anima robotica disorientata. Proprio come noi, umani – ancora per poco – sopraffatti dalla tecnologia e dalla marea di informazioni che ci schiaccia ogni giorno; così come i suoni di OPN, imponenti e in perenne mutazione, ci schiacciano verso le frontiere dell’elettronica.