Negli ultimi 2 anni Nils Frahm si è preso una pausa. Dopo essere riuscito a fare quel salto che pochi musicisti avant-garde riescono a fare, quel passaggio dal pubblico di nicchia ai sold-out nei club di mezza Europa, il compositore tedesco ha richiuso il suo pianoforte, tirato un attimo il fiato, ma soprattutto costruito un nuovo studio, il Saal 3, all’interno della Funkhaus, già sede della radio pubblica della Repubblica Democratica tedesca.

Qui, in questo mausoleo simbolo di un passato che a Berlino è più presente che mai proprio nell’anima degli edifici, Nils Frahm ha ritrovato l’ispirazione, la musica e la melodia, e ha composto All Melody, uscito per Erased Tapes nella quiete discografica di inizio anno. Un disco che inaugura una nuova fase musicale per Frahm, più elettronica, più barocca, soprattutto più libera anche se ancora incerta.

Il pianoforte minimalista che ha fatto da padrone in dischi come “Wintermusic” e l’acclamato live “Spaces” qui si fa quasi sempre da parte e viene sommerso da sintetizzatori, cori e percussioni, che animano lunghe suite contrapposte a brani più brevi in cui si scontrano stili e suoni lontanissimi. Un esempio del nuovo approccio compositivo di Frahm arriva al secondo brano del disco, con i nove minuti di “Sunson”, che si aprono con un crescendo orchestrale da cui emerge un synth basso, che si stacca dal resto, ruba la scena all’impianto orchestrale e da il via a una danza elettroacustica, almeno finché tutto, senza apparente motivo, torna all’inizio.

A questo mix fra elettronica e strumenti acustici, in cui è percettibile, soprattutto in quest’ultimi, tutta la fisicità dello studio di registrazione, si aggiunge il coro dell’ensemble vocale degli Shards. “A Places”, contrappone proprio l’artificialità dei suoni elettronici al calore della voce umana (un esperimento tentato con discreto successo già da Tim Hecker con Love Streams), mentre nella lenta “Human Range” la musica si trascina a fatica attraverso un ritmo incerto e il coro sembra quasi un lamento.

“All Melody” was imagined to be so many things over time and it has been a whole lot, but never exactly what I planned it to be.

Il focus per Nils Frahm rimane sempre sperimentare abbattendo le barriere sonore dei generi. Il risultato in All Melody è un pastiche di influenze a cui però manca un’unità di fondo, che leghi e che dia un significato, oltre lo scopo unicamente decorativo, agli accostamenti sonori, che pure in alcuni casi, come per “Kaleidoscope”, sono particolarmente riusciti. Ma in brani come la title track e “#2” (che in realtà formano un solo pezzo lungo quasi venti minuti) sono evidenti proprio le contraddizioni che stanno alla base del disco: la preponderante libertà compositiva si scontra con il dare un senso, una struttura ai brani, che spesso sembrano perdersi nel percorso che dovrebbe portarli alla chiusura ideale.

Un senso di disorientamento pervade tutto l’ascolto. Una sensazione che si fa ancora più forte quando si approda a quei brani, quelle isole sperdute nel mare, in cui tornano protagonisti i tasti del pianoforte. L’umanità e il calore del loro suono in “My friend and the forest”, “Forever Changeless” e “Harm Hymn” – in quest’ultimo l’organo sostituisce il pianoforte – risaltano ancora di più nel contrasto con i brani più elettronici e celebrali da cui sono circondati. Senza troppi giri di parole è qui che Frahm dà il meglio di sé.

Quello iniziato dal musicista tedesco è un percorso di sperimentazione che pone degli spunti interessanti, ma ancora troppo acerbi, troppo poco definiti per reggere i 76 minuti di All Melody. Ma il discorso di Nils Frahm, che poi è anche tutto quello della musica classica contemporanea, che cerca di liberarsi dai canoni minimalisti per raggiungere un pubblico più ampio, va portato avanti. Per superare tutti quei punti di riferimento come John Cage, Steve Reich e Philip Glass e creare davvero qualcosa di nuovo. La strada scelta da Frahm sembra quella giusta, non ci resta che attendere di intravedere la meta.