L’artista Nicolas Jaar

Nicolas Jaar è una figura talmente atipica che difficilmente si può inquadrare nel pur multisfaccettato  e spazioso mondo dell’elettronica: non si è creato un hype attorno come ha fatto Burial, non si limita a fare semplicemente e degnamente il proprio lavoro nell’ambito folktronico come Four Tet, non è al tempo stesso neppure dispersivo nei generi come Aphex  Twin ed infine men che mai è sicuramente un artista da dancefloor tout court non essendo mai stato mainstream. Nicolas Jaar è merce rara, uno di quei pochi artisti la cui dedizione, ricerca e cura verso la propria musica assume contorni quasi missionari. Il suo non è un esercizio retorico fine a sé stesso,  ma un atto di onestà intellettuale. Jaar è un produttore che sfugge, come tanti artisti degli ultimi decenni, a qualsiasi etichetta: dove pensi di inglobarlo, lui spariglia le carte contaminando la sua musica e dedicandosi a progetti che corrono in parallelo.

Sirens, infatti, nel canone ufficiale risulta come il secondo album della carriera del produttore di origine cilena dopo l’ammirevole debutto nel 2011 con Space Is Only Noise: nell’intervallo tra questi due dischi ha dato prova di eclettismo e bravura con Pomegranates, una soundtrack immaginaria ispirata al film avanguardista del 1969 The Colour of Pomegranates di Sergei Parajanov  e, sempre per rimanere nell’ambito della settima arte, autore dell’original score del film Palma D’Oro 2015 Dheepan di Jacques Audiard. Nicolas Jaar ha anche sperimentato con il ciclo di EP intitolati Nymphs e assieme al chitarrista Dave Harrington ha dato vita al divertissement parallelo Darkside (da lui definito come qualcosa più affine al jamming rispetto al resto delle sue creazioni, al fare musica come puro divertimento, per cui non esclude di dedicarsi nuovamente in futuro qualcosa del genere).

Tutto questo cursus honorum a dimostrare come certamente Sirens non sia semplicemente la sua seconda prova ma, come ha il nostro ha rivelato in una intervista, uno dei vertici del triangolo formato da Pomegranates e la serie Nymphs: questi due lavori vengono considerati da Jaar opere personali, create per sé stesso; ma anche Sirens, nato dopo un lungo tour e dallo stress scaturito dal fatto che ormai per lui produrre musica è diventata una faccenda seria, con tutta la pressione del caso (il che spiega perché negli ultimi tempi abbia privilegiato produzione, la sua etichetta Other People e i progetti paralleli), rappresenta Nicolas Jaar nel profondo. Non solo:  il discorso di Sirens è un dialogo (anche in senso letterale) che abbraccia il suo essere, il suo vissuto, la sua storia personale da una parte e una riflessione politica, storica ed universale. Vediamo come.

Il beat come azione politica: Ya dijimos No Pero el Si está en todo

Nicolas Jaar si è chiesto: il beat può essere politico? La musica elettronica, che noi in genere ascriviamo all’evasione, può veicolare messaggi più profondi, spingere alla riflessione che poi porta all’engagement e – perché no – alla ribellione? Sirens è la risposta, ed è affermativa.

Partiamo dalla cover, perché raramente capita una copertina che coglie in pieno lo spirito dell’album e riflette in pieno il contenuto, e fortunatamente è questo il caso: grattando la superficie argentata (sic) si scopre una citazione di un’opera del padre, l’artista Alfredo Jaar, ovvero A Logo for America del 1987: un cartellone animato piazzato nella città di New York (città dove la famiglia Jaar si trasferì in seguito al golpe cileno) con scritte del genere “This is not America, This is not  America’s flag”: la prima frase è colta appunto nella cover e questa scelta riassume i due grandi temi di Sirens, ovvero l’eredità artistica del padre con cui Nicolas deve fare i conti, il Cile (per lui “fonte di traumi”, dove nacque e in seguito passò l’infanzia dai 2 ai 9 anni) e l’impegno politico davanti ai grandi stravolgimenti della storia. Nella cover è riportata anche una citazione chiave, Ya dijimos No Pero el Si está en todo (Ora diciamo No ma il Sì sta in ogni cosa), di cui parleremo a breve.

Sirens si apre con il suono di una bandiera che garrisce al vento, tra una successione di pieni e vuoti di esplosioni improvvise di vetri rotti ed arpeggi di piano: è la traccia Killing Time che ci regala un saggio dell’equilibrio compositivo di Nicolas Jaar e della sua abilità di ricreare un atmosfera tensiva in crescendo che si sviluppa per tutto l’album. Sempre nell’opening track si prosegue tra disturbi sonori ed una marcia scandita dalla parte cantata: si crea un ambiente cupo, oscuro, tanto che l’elettronica si deforma fino a diventare un coro sinistro. Non è un caso che Jaar una volta abbia definito, tra il serio e faceto, il suo genere come blue. Questa tensione prosegue in maniera più ritmica e con momenti jungle stemperati dai fiati jazz con The Governor, più affine alla forma canzone ma che suona implacabile e terribile come qualcosa di ineluttabile: è ciò che, per dire, i Faithless avrebbero dovuto essere in tutta la loro carriera. Si tira poi il fiato con l’ambient Leaves che inaugura un dialogo registrato tra Jaar senior e figlio in tenera età e che proseguirà per le successive due tracce: Nicolas racconta al genitore un incubo in cui una statua viene attaccata da un gruppo di leoni che qui suona come una metafora della caduta di Salvador Allende, e la catastrofe democratica del Cile è il sottotesto di No, cuore dell’album e manifesto politico di Sirens. Un dub trascinante che dimostra come si possa unire il beat orecchiabile ma non ruffiano con la riflessione più profonda.  La visita ad un museo sulla dittatura in Cile, dove fu richiesto un suo show, mise Nicolas Jaar fisicamente davanti alla realtà della dittatura, e i risultati si sentono proprio in No (che contiene un emozionante e ben dosato sample dell’arpa tratta dal brano Lagrimas del cileno Sergio Cuevas) che ricorda il referendum del 1988 sulla permanenza al potere del generale Pinochet, il cui risultato minò la sua dittatura. Qui Jaar riflette su come un messaggio di negazione diventi invece di speranza, un No che significa non rassegnarsi all’esistente, un No di resistenza e ribellione, che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort: “Me miró en los ojos/ Y me dijo: Ya dijimos No/ Pero el Si está en todo” recita il testo completamente in spagnolo, e torniamo all’epigrafe della copertina, senso profondo di questo album. Il dialogo padre e figlio si conclude nell’apertura della successiva Three Sides of Nazareth, dal ritmo potente, sensibilità industrial che sembra un Alec Empire con maggiore classe. Un brano ipnotico, che non conosce sosta, un treno in corsa di una potenza e bellezza inaudita, capace però di non strafare. Piano piano esaurisce la sua spinta propulsiva per entrare in un territorio ambient, popolato da echi in lontananza e con il ritorno del piano, strumento pacificatore dell’album per poi riprendere il suo cammino impetuoso con il riff di tastiere minaccioso (e ancora riferimenti alla dittatura: “I found my broken friends by the side of the road”). E nel finale si annuncia il tema del brano successivo e conclusivo in un loop concettuale infaticabile: la lezione che si ricava dalla storia, dal dolore che si è perpetrato e che richiede giustizia. History Lesson, infatti, è una ballad doo wop beffarda e pessimista che contrasta l’apparente leggerezza musicale con il cinismo del testo che parla appunto dell’insegnamento fornito dalla storia: “Chapter one: We fucked up.  / Chapter two: We did it again, and again, and again, and again.  / Chapter three: We didn’t say sorry.  / Chapter four: We didn’t acknowledge.  / Chapter five: We lied.  / Chapter six: We’re done”.

Questo è Sirens di Nicolas Jaar: sei brani che raccontano quello che siamo e quello che potremmo – dovremmo essere, il particolare dell’infanzia e del passato di Jaar che incontra l’universale, un monito perché ciò che è stato prodotto dagli abissi dell’animo umano un giorno potrebbe concedere un bis.  E tutto questo senza un minimo di pesantezza, autocompiacimento o moralismo da leader in pectore: Nicolas Jaar con i suoi beat, con la sua straordinaria sensibilità da producer consapevole ci consegna un manifesto politico di rara grazia e di luminosa bellezza musicale.