Di norma, dare un singolo tema di fondo a un album lo confina incredibilmente dal punto di vista degli argomenti. Tuttavia, nel caso di Murubutu, lo storytelling trasforma questo limite in un punto di forza non indifferente. Da una parte raccontare una storia diversa in ogni pezzo permette di mantenere una varietà che non annoia, dall’altra scegliere un filo conduttore comune crea coesione fra le tracce e le rende tutte parte di un unico universo, proprio come le raccolte di storie e racconti bravi in forma cartacea. È proprio questa l’idea che l’artista dà dei suoi album: vere e proprie raccolte di brani con svariate ispirazioni fondate sull’arte e la cultura con particolari riferimenti soprattutto alla letteratura.

Un particolare di Tenebra è la notte ed altri racconti di buio e crepuscoli che salta subito all’orecchio rispetto ai lavori precedenti di Murubutu è il fatto che siano meno del solito i pezzi in cui i personaggi hanno un nome; questo dettaglio all’apparenza irrilevante permette sia all’autore che all’ascoltatore di immedesimarsi ancor più nei protagonisti delle vicende narrate, amplificando quella sensazione di essere tutti parte di un’unica storia comune. Un’altra differenza è la presenza di brani che, pur raccontando un evento, danno comunque un’idea di astratto, come ad esempio Le notti bianche con Claver Gold: alla fine delle due strofe non riusciamo a definire concretamente se il fatto narrato sia un sogno, un’allucinazione o la realtà e questo contribuisce al clima notturno e onirico dell’intero progetto.

Metà del taglio del Tao, ehi
Figlia del mondo all’origine
O forse Caligine e Chaos, ehi
Madre solenne che cala le tenebre
Scende su uomini e dèi, dèi
Fonte perenne che incanta l’etereo
Ogni musa ora canta per lei, ehi

Il sound è simile a quello degli altri album, a eccezione di qualche leggera sperimentazione (come ne La notte di San Lorenzo), ma rimane consistente e non si limita ad accompagnare le strofe del rapper, anzi le rende più vive comunicando alla perfezione le sensazioni che scaturiscono dalla vicenda.

Come nel lavoro precedente, il primo brano ha come titolo il nome in greco dell’argomento dell’album –in questo caso Nyx– ed è un’ode allo stesso. Qui il beat è potente, epico e tribale al tempo stesso mentre la voce di Murubutu cavalca il suono degli archi con una naturalezza quasi spaventosa.
Spero dopo tutto questo tu riceverai i miei diari
Anche solo questo elmetto dove pianterai i gerani”
Nascosti qui in trecento, avamposto del nulla
Sta folla trema al vento, è una foglia di betulla
Tra steppe di campi e neve, tra i pezzi di un Panzer nero
Con gli occhi intrecciati al buio, fra tetti di fango e gelo

Spero dopo tutto questo tu riceverai i miei diari
Anche solo questo elmetto dove pianterai i gerani”
Nascosti qui in trecento, avamposto del nulla
Sta folla trema al vento, è una foglia di betulla
Tra steppe di campi e neve, tra i pezzi di un Panzer nero
Con gli occhi intrecciati al buio, fra tetti di fango e gelo

La prima storia raccontata, Buio, è ispirata a Il Sergente della neve (romanzo di Mario Rigoni Stern) e racconta l’esperienza di un soldato italiano durante la ritirata di Russia nel 1943. Qui Murubutu esplora una dimensione della notte: quella della paura, affiancata poi dal desiderio di ritorno e dal disprezzo ricevuto dai reduci tornati sconfitti.

Un’altra traccia con riferimento storico è La notte di San Bartolomeo, che racconta il massacro perpetrato dai cattolici francesi ai danni degli ugonotti nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572. Una chitarra sommessa accompagna la narrazione dettagliata prima dei tentativi di pacificazione, poi dei dubbi di Carlo IX e, infine dell’immonda strage descritta con una profonda e disturbante precisione.

Furia cieca della scure che falcia le carni nude
Trascinati i corpi morti per le strade ancora buie
E li ammassavano scomposti nella piazza sotto al Louvre
Ed il cuore di Parigi batte in fretta ed osserva
L’esercito e la feccia che ora insorge e saccheggia
E la certezza era estesa alla sola gente sospetta
Mentre il sangue che scorreva tingeva tutta la Senna

Franz e Milena è uno storytelling a dir poco magistrale: durante tutta la traccia Murubutu lascia indizi e dettagli per farci capire di chi sta parlando, tuttavia la conferma non arriva fino all’ultimo verso dell’ultima strofa, quando l’artista rivela nome e cognome (che non riporto per ovvie ragioni ma a buon intenditor poche parole) di uno dei due, alimentando la tragicità ma al tempo stesso l’importanza della storia nel complesso.

Le collaborazioni funzionano tutte, sono inserite nel contesto più ideale e soprattutto ognuna di esse risulta necessaria nel rispettivo brano, ma sono due quelle che maggiormente si distinguono. La prima è quella di MezzoSangue ne L’uomo senza sonno (ispirata al film The Machinist), che descrive perfettamente la lotta notturna con i propri demoni interiori, i propri pensieri e le proprie preoccupazioni che impediscono di dormire. La seconda è di CapaRezza in Wordsworth (chiaramente in riferimento all’omonimo poeta inglese): una vera e propria ode alla Luna disseminata di splendide citazioni all’arte e alla letteratura del Romanticismo.

Vero, qua è tutto uguale, per questo è perfetto
Per questo che alla notte sembra una magia
E anche quell’alba se n’è andata da un pezzo
E vive dentro un basso di periferia
Fra le spire del vento fra le vigne e il frumento
Il cuore a mille nel petto
Correvamo fino alla follia
Illuminati di gioia sopra i muretti a secco
E noi così felici da lasciar la scia

Disco dopo disco, Murubutu sembra sentirsi sempre più a suo agio con la tecnica dello storytelling, raggiungendo con ogni opera picchi sempre più alti e riuscendo a cambiare stile di scrittura con facilità a seconda dell’argomento trattato. Proprio questa sua abilità e questa voglia di continuare a migliorare lo rendono uno dei migliori esponenti dell’Hip Hop italiano, oltre che uno dei migliori liricisti di questo periodo.