Come approcciarsi a questa nuova fatica – e mai termine fu più pregnante – del progetto Mount Eerie, sapendo che la materia che informa A Crow Looked At Me è l’indicibile, il dolore più terribile che possa colpire un nucleo famigliare, in cui giudicare il mero aspetto musicale, affibbiare ad un’opera così personale che fa vibrare un dolore intimo ed universale un freddo numero diventa uno sporco e cinico lavoro? Ma queste sono le regole del gioco della discografia e della critica musicale, a cui ogni artista, in maniera consapevole o meno, si assoggetta. Al limite chi svolge il mestiere di recensore può assicurare di evitare di indugiare nel morboso, andandoci con i piedi di piombo, ed è quello che cercheremo di fare, pur soprassedendo sulla questione del voto che diventa di poco conto: lo capirete leggendo questa atipica recensione.

Death Is Real è la frase chiave ripetuta più volte nel corso di A Crow Looked At Me da uno sbigottito, quasi in trance Phil Elverum (proprietario del moniker Mount Eerie) che in questo disco mette a nudo sé stesso (cosa inusuale per un artista schivo come lui) e racconta la sua pena di padre vedovo a pochi mesi dalla scomparsa della moglie Geneviève Castrée avvenuta nel 2016.  Stupisce la naturalezza con cui Elverum parla di questo lutto in A Crow Looked At Me e nelle interviste di lancio: in entrambi i casi, la schiettezza, la spietatezza con  la quale espone ciò che ha vissuto e vive tutt’ora spiazza l’ascoltatore; ma questo repentino ritorno al suo lavoro di artista con la pubblicazione di un album e di un tour alle porte è frutto di un cambio di paradigma nella sua vita.

La scomparsa della moglie portata via in maniera troppo rapida da un male incurabile apparso improvvisamente è stato uno shock tale che Elverum, persa la compagna di una vita, si è sentito – come afferma nelle note di lancio di A Crow Looked At Me –  di non “appartenere più a nessuno” e di aprire il suo dolore al pubblico, passando da un estremo all’altro: in questo disco non tralascia alcun particolare del suo diario del lutto, parlando anche del rapporto con la figlia piccola che dovrà crescere senza la madre e delle inevitabili domande che la creatura muove nei riguardi del genitore scomparso (“Today our daughter asked me if mama swims / I told her, “Yes, she does / And that’s probably all she does”, come recita il testo di Swims). E’ l’esigenza di incidere su disco i sentimenti scaturiti da questa tragedia così come sono, grezzi, senza ripensamenti, per far sì che si possano subito allontanare.

Nulla è lasciato al caso in A Crow Looked At Me: per quanto il dolore possa essere la pietra d’inciampo nei confronti della lucidità, ogni aspetto di questo lavoro di Mount Eerie per quanto non mediato, spontaneo ed onesto è a suo modo curato, a partire dall’immagine di copertina che riporta la poesia di una poetessa beat, Joanne Kyger, che beffa delle beffe è scomparsa pochi giorni prima della pubblicazione dell’album. Night Palace, del 2003, recita nei suoi versi parole che pesano come macigni se si pensa a quello che ha mosso il lavoro di Mount Eerie:  “La cosa migliore del passato/ è che è finito/ quando muori./ Ti risvegli/ dal sogno/ che è la tua vita./ Poi cresci/ e divieni post-umano/ in un passato che continua ad accadere/ davanti a te”.

A Crow Looked At Me, inoltre, è stato registrato non nel consueto studio di Mount Eerie ad Anacortes (nell’estremo nord ovest americano), dove vive, ma a casa, con pochissima strumentazione (chitarra, voce, qualche distorsione) appartenuta tra l’altro a Geneviève e nella stessa stanza dove lei è morta, così come è della moglie la carta sulla quale ha scritto i testi dell’album, tra una visita all’ospedale e i trattamenti per curare il male. E’ un attaccamento ostinato alla persona amata, persa così improvvisamente e senza un perché, che si esplica nelle piccole cose di tutti i giorni, in ogni angolo di quella casa dove vivevano assieme alla figlia e dove tutto ricorda Geneviève: i suoi vestiti, ad esempio, che come racconta Elverum in Ravens decise di disfarsene per sanare il dolore patito(“I watched you die in this room then I gave your clothes away / I’m sorry, I had to / Now I’ll move” ma in una intervista a Pitchfork ha dichiarato quanto lo consoli vedere quegli abiti indossati da altra gente del suo quartiere) oppure le cose più infime come la spazzatura del bagno con gli effetti personali del fine vita della compagna rimasta lì mesi dopo la scomparsa, strazio narrato in Toothbrush/Trash (“Your dried out, bloody, end-of-life tissues / Your toothbrush and your trash / And the fly buzzing around the room / Could that possibly be you too? / I let it go out the window / It does not feel good”) .

Tutto in quella casa ricorda la compagna, è un dolore che si rinnova perpetuo nel ricordo in questo che non è un album come siamo abituati ad ascoltare ma un racconto breve di una perdita e di un uomo che si ritrova di punto in bianco senza la compagna e con una bambina ancora troppo piccola per poter capire, e che deve gestire il post trauma affrontando una quotidianità che ogni giorno che passa fa sentire il proprio peso.

Eppure la morte della moglie ha spinto Elverum a ripensare ai propositi che da due anni a questa parte lo avrebbero portato ad abbandonare la musica, ma lo provvida sventura del lutto ha convinto Mount Eerie a rilanciare, aprendo questo nuovo capitolo del suo percorso lo fi con un disco completamente e totalmente acustico dove la musica non ha peso né pregnanza quanto i pensieri:  A Crow Looked At Me è un album atipico,  un racconto breve, una prosa con un diafano accompagnamento musicale in cui Elverum non concede nulla al lirismo. Scorrendo i lancinanti testi dell’album si nota come l’attenzione alla forma sia totalmente inesistente essendo pensieri nati grezzi: la sintassi scorre libera come un flusso di coscienza in cui chi patisce il dolore racconta il proprio strazio a chi ascolta senza filtri, quasi stesse cercando una forma di consolazione e di catarsi, o anche una minima spiegazione al perché una cosa così indicibile sia successa. “When real death enters the house, all poetry is dumb” sentenzia nella prima traccia Real Death.

Non c’è spazio per la retorica, neppure dal punto di vista musicale:  gli accenni melodici sono anch’essi minimali (com’è d’altronde nello stile di Mount Eerie) ed amplificano il senso di tristezza profonda che coglie Elverum quando scende al piano terra e si ritrova la posta indirizzata alla moglie che ancora beffardamente riceve (“I go downstairs and outside and you still get mail”), in quella casa che non è più un luogo degli affetti ma il posto dove lei ha sofferto ed è spirata, una crudele valle di lacrime che dà sollievo solo allontanandosi da essa come racconta in un altro spaccato di quotidianità fornito in When I Take out the Garbage at Night in cui Elverum, nel momento in cui va a buttare la spazzatura, osserva da fuori la casa dove lei se n’è andata e poi realizza amaro di dover tornare dentro quel luogo di ricordi e di dolore.

E quando lui si allontana da quella casa ora crudele racconta in Seaweed il piccolo viaggio fatto, assieme alla figlia, ad Haida Gwaii, già Isole della Regina Carlotta, un arcipelago al largo della Columbia Britannica: è il luogo in cui una prozia di Elverum si trasferì a vivere, ed è il posto dove lui e la moglie progettavano di trasferirsi per vivere di piccole cose (le isole sono infatti un ambiente abbastanza scarno ed arido). Ma alla fine è stato il luogo dove, nell’oceano, vennero ospitate le ceneri della moglie. E in questo strazio il marito prova a dialogare con la compagna scomparsa (“Our daughter is one and a half / You have been dead eleven days / I got on the boat and came to the place / Where the three of us were going to build our house” “So I came here alone with our baby and the dust of your bones” ) mentre racconta con impietosa precisione il rito di saluto alla moglie (“I brought a chair from home / I’m leaving it on the hill / Facing west and north / And I poured out your ashes on it / I guess so you can watch the sunset / But the truth is I don’t think of that dust as you”).

Prima che Geneviève si ammalasse, pensavo fosse irresponsabile o egoista scappare, o cominciare a fare una vita da hippy. Ma poi si è ammalata ed è morta, e mi sono reso conto che la nostra morte è così vicina, molto più vicina di quello che crediamo”: così afferma Elverum in una intervista concessa al sito Noisey, ed è un concetto che viene ripetuto spesso in A Crow Looked At Me  (“But then I remember death is real” in Ravens, dove racconta il presagio che ha avvertito nei corvi che muovevano verso le isole dove la loro famiglia sperava di trasferirsi). Le stagioni passano senza di lei (“The year moves on without you in it / Now it is fall without you”, Forest Fire) e l’immagine di Geneviève che lascia questo mondo è ancora vivida nella mente (“I can’t get the image out of my head / Of when I held you right there / And watched you die”, Swims), la ferita del lutto si riapre anche davanti alla pietà che gli sconosciuti incontrati nei luoghi della quotidianità muovono nei suoi confronti (My Chasm). E’ incredibile come Mount Eerie non ci risparmi alcun dettaglio della sua vita da vedovo attonito davanti al vuoto lasciato dalla moglie (“Her absence is a scream / Saying nothing”, Emptiness pt. 2) in contrasto con le fughe dalla realtà verso luoghi idealizzanti come racconta in Soria Moria (castello fittizio tipico dei racconti folkloristici norvegesi, un locus amoenus di felicità raggiungibile però in solitaria e seguendo percorsi che sono sempre diversi).

E il dolore si amplifica pensando alla figlia, a cui lascia in eredità una vita senza la madre ed un mondo che sta andando in rovina come racconta in Crow (“Sweet kid, what is this world we’re giving you? Smoldering and fascist with no mother”), unico brano in cui subentra l’attualità con le ultime elezioni presidenziali e le preoccupazioni di un padre che pensa di consegnare alla figlia un pianeta sull’orlo del baratro in cui tutto sembra volgere al peggio: ma c’è una piccola speranza, narrata in questo brano, nata da una passeggiata di Elverum con la figlia nei boschi con un corvo che fissava la coppia (da qui il titolo dell’album, preferito rispetto al più pessimista Death Is Real) e la seguiva; un fatto trascendentale ed inquietante al tempo stesso, ed è lì che l’artista ha avuto la sensazione che Geneviève fosse ancora presente con loro, forse per guidarli o semplicemente per far capire alla sua famiglia che non sono soli. Il particolare e l’universale si incontrano perché secondo Elverum l’elezione di Trump (nelle interviste cita proprio questo fatto) è stata, a suo dire, l’equivalente per il mondo di quello che ha subito lui quasi contemporaneamente nel suo contesto familiare: “tutto è compiuto”.

Nota a margine: l’aspetto musicale di A Crow Looked At Me non è stato sviscerato nel dettaglio, soprattutto se si pesa l’attenzione data ai contenuti del disco in questa recensione. Il motivo è presto detto: come già accennato, la musica è quasi ininfluente non tanto per l’aspetto ai limiti del lo fi ma perché ciò che assume una importanza tale da mettere qualsiasi altra cosa in secondo piano è ciò che Phil Elverum voleva confessarci. Per dirla con le parole che rivolge alla moglie: “It’s dumb / And I don’t want to learn anything from this / I love you”.