Era il 1997 quando con Young Team i Mogwai misero a punto quella formula per creare post rock con un certo appeal commerciale che sarebbe poi stata usata (e sfruttata) da centinaia di band all’inizio del nuovo millennio. Sono passati vent’anni e il post-rock è morto, almeno secondo tutti quelli che hanno dimenticato che quel termine significa il tutto e il nulla scaturito dalla decostruzione del rock di inizio anni ’90 e che quindi quel termine non potrà mai morire, proprio perché non ha mai rappresentato qualcosa di preciso. I Mogwai invece sono sopravvissuti, alla storia e ai generi, e con il loro ultimo lavoro, Every Country’s Sun, hanno continuato ad affinare quella formula, a piccoli passi, senza bruschi cambiamenti.

Ed infatti nella perfetta continuità con il loro passato si apre il nuovo disco della band scozzese, orfana da ormai due anni del fondatore John Cummings. Coolverine è una tradizionale cavalcata post-rock; nulla di nuovo, in fondo, ma i Mogwai stupiscono con i particolari, con la precisione sonora: la batteria guida un esercito di chitarre supportato dal potente basso di Dominic Aitchison. La prima sorpresa in positivo arriva però con il secondo brano del disco, Party In The Dark, stracolmo di influenze shoegaze, soprattutto nella parte vocale; un riuscitissimo pezzo pop in cui i Mogwai si scontrano con i Slowdive.

I, taken from those spirals be both kind
Hungry for another piece of mind
Silent and inpatient without time
Directionless and innocent

I primi 10 minuti di Every Country’s Sun sono sorprendenti. La magia però non dura per tutti gli altri 50. Con la seguente Brain Sweeties le pulsazioni si abbassano e il ritmo diventa più affaticato. Il buon lavoro sui suoni distorti della batteria non basta a tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore. La parte iniziale di Crossing The Road Material, il quarto brano del disco, sembra invece un tributo ai Tortoise di TNT. Qui la costruzione del pezzo è più piacevole ed imprevedibile, anche se la melodia dà la sensazione di un già sentito. Mentre con Aka 47 i Mogwai calcano territori ambient un po’ alla Boards Of Canada, con un soffice synth che viene disturbato da occasionali arpeggi di chitarra e da qualche interferenza vocale. Una prima breve pausa quasi nel mezzo del disco, che rende l’aria rarefatta.

A riportarci sulla terra arriva la notevole 1000 Foot Face, in cui torna la parte migliore della band scozzese, quella capacità di rendere semplice complessi intrecci musicali. L’elettronica c’è ma non si nota, fa da collante, amalgama gli ingredienti. Ma Every Country’s Sun è una corsa sulle montagne russe, e quindi eccoci risalire lentamente verso la cima più alta del percorso, quella che precede la violenta discesa finale, con Don’t Believe the Fife, un altro brano, l’ottavo del disco, che rallenta il ritmo, grazie a un linea vocale molto Kevin Shields e una sezione ritmica notturna e ovattata.

Dopo quest’ultima pausa Battered at a Scramble è un calcio in faccia che ci riporta alla realtà. Una chitarra distorta apre il brano che si trasforma in un pezzo un po’ post-hardcore un po’ math-rock; la parentesi più violenta del disco in cui non sfigura anche un discreto assolo di Stuart Braithwaite. Prosegue sulla stessa filosofia anche Old Poisons, penultimo brano, in cui non è difficile scorgere le forti influenze di Slint e June of 44. Qui i Mogwai se ne fregano dell’originalità e puntano a scatenare tutto ciò che è rimasto intrappolato finora, il che è un bene e un male allo stesso tempo.

La corsa sarebbe anche finita, ma c’è ancora il tempo per chiudere il cerchio. Ci pensa la title-track, con cui i scozzesi ritornano a quella Coolverine di inizio disco, a quella formula post-rock sfruttata da tanti, ma che solo loro sanno davvero padroneggiare. Il suono diventa mastodontico, un enorme impasto di cui è difficile isolare gli ingredienti; ma forse è meglio così.

Con Every Country’s Sun i Mogwai sembrano aver raggiunto un altro limite, l’ennesimo della loro carriera, forse l’ultimo della loro lunga carriera. Un disco che suona come un grande riassunto sonoro che racchiude i punti forti della band, come la cura nell’arrangiamento e nella costruzione dei brani, ma anche quelli più deboli, come la mancanza di forti idee melodiche e una certa sensazione di stanchezza generale. Ma si sente anche una grande libertà, una libertà che solo i più grandi riescono a conquistare. E i Mogwai fra i grandi ci sono da un pezzo.