Come guardare due correnti opposte scontrarsi, così ascoltare l’ultimo disco di Mitski ci ispira non poche domande.
L’anima pop che trasuda dalle melodie e dalle squisite intrusioni di Synth nei pezzi si scontra con quella che è l’anima intimista e nascosta del disco, ovvero la scrittura della cantautrice Nippo-Americana; quasi come se due diverse persone condividessero lo stesso spazio per fare musica e decidessero di dividersi i compiti per poi riunirli e creare. Ovviamente prendendo il sopravvento qua e là, lasciando che una delle due parti venga a galla prepotentemente a discapito dell’altra.
Così Be The Cowboy si presenta a noi, una dualità che non può essere rotta.

Though I’m a geyser
Feel it bubbling from below
Hear it call, hear it call
Hear it call to me
Constantly
And hear the harmony
Only when it’s harming me
It’s not real, it’s not real
It’s not real enough

Da una parte l’intro di Geyser con l’organo che ci accompagna in un cantato ridondante e che esplode in un tripudio di chitarre distorte, synth e strumenti a fiato per poi deviare repentinamente verso lidi più plastici e pop che richiamano ampiamente l’ultimo di St. Vincent, si stiamo parlando di Why didn’t you stop me?, costruita su un mischiarsi di drum machine e synth incalzanti; ilt tutto in non più di 3 minuti di pezzo, struttura che quasi tutto l’album manterrà nel suo corso.

La scrittura è quella che si contrappone ad alcune atmosfere, sempre malinconica e tanto rivolta verso l’interno, ad esplorare angoli bui e mostri rimasti nascosti per tanto tempo con una leggerezza che rende il tutto tollerabile. L’incalzante A Pearl ci dà l’esempio perfetto, parlare di una relazione tossica che ci ruba l’identità e che ci fa credere sia una bella cosa, tanto che “la giriamo tra le dita solo per vederla brillare”, come una perla. Le chitarre aggressive e la linea melodica disincantata rendono il tutto più assimilabile, mentre Mitski fa un salto profondo dentro se stessa.

It’s just that I fell in love with a war
Nobody told me it ended
And it left a pearl in my head
And I roll it around
Every night, just to watch it glow
Every night, baby, that’s where I go

Tutta l’irruenza delle prime tracce, derivante dal precedente Puberty 2 va pian pian scemando mentre ci avviciniamo alla fine del disco che sembra voler lasciare spazio ad una maturità annunciata ma che fatica immensamente ad arrivare. Quasi come se fosse un disco di passaggio, un’indecisione tra due cose questo disco si pone come intermediario fra Puberty e il disco che ancora Mitski non ha scritto, quello della definitiva maturità.
Quasi come fosse un annuncio Be The Cowboy ci guida verso l’interno e ci lascia con Two Slow Dancers, un ricordo di una gioventù passata, un sassolino che portiamo sempre con noi.