Non avrei mai pensato di accomunare gli MGMT ai Phoenix o forse non volevo, poi ho ascoltato Little Dark Age, in particolare “Me and Michael” e mi sono ricreduto. Sarà la moda, “Chiamami col tuo nome” e tutta la cultura pop anni ’80 che respiriamo ogni giorno, in ogni caso le luccicanti tastiere hanno colpito tutti, da Tommaso Paradiso ai Phoenix, soffermandosi anche nei due tipetti di New York.

We weren’t trying to mask our pop influences like Talking Heads, Hall and Oates, and the 1980s music our parents would listen to and we still liked. It felt good to get back to that.

Ecco appunto, siamo tutti nostalgici in fondo. Non che sia un male, anzi, Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser sono sempre stati vicini al pop e ora gli tengono stretta la mano. Rinchiusi nel loro stesso successo e nella “colpa” di non riuscire più a scrivere canzoni come “Kids” e “Time to Pretend”, con Little Dark Age riescono finalmente a salvare una carriera che sembrava morta.

Immersi in trip continui e melodie psichedeliche viaggiano dai synth di “She Works Out Too Much” (che fa molto videogioco vintage) ai Pink Floyd di “Where you’re Small”, inserendo quell’adorabile insolenza di Oracular Spectacular soprattutto in  brani come “When You Die“ (Go fuck yourself/You heard me right/Don’t call me nice again).

Anche se dal titolo non si direbbe, Little Dark Age é un album che guarda al presente in modo positivo. Andiamo con gli smartphone in bagno e sentiamo parlare di Trump ogni giorno, ma i due ragazzi vedono già la fine di tutto questo. Lo dicono loro: “we were more inspired to write pop music after evil took over the world”. Gli MGMT sono inguaribili romantici e oggi è San Valentino, fate voi.