Inaspettato e più che mai gradito (con tanto di fanzine a la Frank Ocean) ecco il ritorno di Mecna. Col prolungarsi della sua assenza sui social erano cresciute le speranze dei fan e l’hype e senza troppi giri di parole è arrivato Lungomare Paranoia a distanza di due anni dal suo predecessore, Laska. Un album intimo, il più personale dei suoi. Mai prima d’ora era stato così labile il confine fra artista e persona, Corrado e Mecna.
Una figura unica nel panorama del rap italiano, con un suono e un immaginario ben definito ed immediatamente riconducibile a lui. Per non parlare delle liriche.

Non è cosa da poco, soprattutto al giorno d’oggi, dove sembrano un po’ tutti scoppiazzarsi a vicenda. E così quando arriva l’autotune o le sonorità rimandano alla trap dobbiamo sempre ricordarci che il primo ad aprire un po’ gli orizzonti in tal senso è stato proprio il rapper pugliese.
“Infinito” e “Labirinto” sono due brani emblematici e si spingono oltre mostrando la sensibilità e la rielaborazione di quest’artista.
A proposito mi collego per citare i produttori, fondamentali nel forgiare l’identità sonora del disco: Iamseife, Lvnar, Alessandro Cianci e Nude, Drum Machine Drama, Fid Mella, The Night Skinny, 24SVN e Godblesscomputers. In particolare quest’ultimo che ha prodotto i brani più sperimentali e “freschi” del disco, confermandosi alla fine anche come i più convincenti (“Malibù”, “Il Tempo Non Ci Basterà”).
Notevoli anche l’intro di “Acque Profonde” con la sua pioggia di synth e l’alt-R&B di “71100”

Il mood in generale è sempre quello della presa-a-male condita da un pizzico di paraculaggine. Perchè come ci dimostra il primo singolo lanciato, “Il Tempo Non Ci Basterà”, sotto il suo fare dimesso le sue scopate Mecna sembra farsele sempre.

Risultano piacevoli e convincenti altri pezzi più tipici del suo repertorio di stampo autobiografico come “Via Con Me” e “Buon Compleanno”: il primo una ricapitolazione del percorso fatto sinora tra false amicizie, le pressioni dei fan e le aspettative personali (“Patetici, gli ascoltatori ormai si aggrappano / Al primo disco che hai fatto, le tue prime sedici / Come se fossero l’oro che gli hai colato addosso / Senza sentire quanto odio ci metti nel prossimo“); il secondo invece si sviluppa come un flusso di coscienza sulla propria giovinezza (“Quelle storie di beccarsi tutti quanti / Boh, regali un po’ così così che non ho spazio / E dovrei regalarli a qualcun altro / Però lo so che non andrebbe fatto / Ho gusti un po’ difficili, la colpa non è vostra affatto / È che crescendo sto capendo che alla fine dei conti / Io sono un cagacazzo“).

Insomma il solito Mecna, ciò di cui noi avevamo bisogno, ciò che lui aveva bisogno di buttar fuori.

Una figura singolare nel panorama nostrano, unico nel suo genere e nell’aver sdoganato nel rap certe cose che funzionano ormai da anni in Inghilterra e in America (alt-R&B, soul-step, electro) creandosi, grazie al proprio gusto personale, un immaginario veramente “figo”, che i detrattori definirebbero snob, fatto di scenari freddi e desolati (non a caso gli ultimi due dischi sono stati pubblicati entrambi a gennaio), vestiti firmati (Stussy, Palace, Nike..) e copertine evocative che dimostrano le sue doti anche in veste di grafico. Anche se i più empatizzeranno soprattutto con i suoi testi, sempre attenti al piccolo dettaglio e alla quotidianità, in bilico tra romanticismo ed ironia.

Lungomare Paranoia non sarà l’album della vita di Mecna e non ha nemmeno la pretesa di esserlo. Ma in ogni caso, oltre a rappresentare un ulteriore passo avanti nel suo percorso musicale, riesce a soddisfare tanto l’urgenza espressiva della persona/artista quanto l’attesa dei fan e di tutti coloro che aspettavano un album con cui prendersi male.