L’estate è quella stagione dell’anno dove il panorama musicale paga un tributo all’atmosfera scanzonata e vacanziera che il luogo comune vuole sia il tratto principale dei mesi più caldi. Tradotto: le case discografiche, per esigenze principalmente di marketing, spingono artisti noti e meno noti (soprattutto mainstream) a confezionare canzoncine accattivanti con ritornelli catchy, aumentando i Bpm e condendo il tutto con secchiate di ritmi latini o danzerecci: così, se tutto l’anno tengono in ostaggio la nostra pazienza con ballad prodotte in serie, in vista dell’estate improvvisamente spuntano synth, casse house e l’inevitabile drop (perché alla fine tutti hanno un mutuo da pagare), per poi tornare alla normalità in vista dell’autunno . E poi c’è chi confeziona un disco che potremmo sì definire estivo (fino ad un certo punto) ma che riesce con una certa dose di intelligenza e sensibilità a coglierne in pieno lo spirito più autentico.

Mark Barrott è un dj e produttore inglese, classe ’68, già noto negli anni 90 con il moniker Future Loop Foundation e fondatore dell’etichetta International Feel. L’essersi trasferito con la moglie a Punta Del Este in Uruguay prima e soprattutto ad Ibiza poi ispira la sua successiva produzione musicale avvicinandolo al Balearic Sound, un genere nato a metà degli anni 80 molto popolare nei club dell’isola spagnola e che, restando sotto i 122 bpm (cosa inedita per qualcosa destinato ai dancefloor di Ibiza), combina influenze r&b, soul, latine, funk, dub e world music con beat solidi e modalità di produzione affini alla dance music. Ora, detto così è tutto chiaro come la notte, ma quello che si viene a creare non è un pasticcio ingarbugliato ma qualcosa di armonico e fluido, come dimostrano i due album gemelli prodotti da Barrott, ovvero Sketches From an Island (del 2014) e il recente capitolo 2. Entrambi frutto della sua nuova vita ad Ibiza e della volontà di non sforare i 110 Bpm, i due lavori riflettono l’aspetto più rilassato e potremmo dire idilliaco di Ibiza, in cui i suoni ricreano la natura e la natura ispira i suoni, una colonna sonora downbeat che racconta l’isola sotto un aspetto non più mondano ma incontaminato.

L’apertura del disco (Brunch With Suki) riporta davvero, con il suo mood rilassato, gli archi delicati e le armonizzazioni dei fiati che compiono arabeschi sul downtempo, ad un brunch o un aperitivo al tramonto ed introduce in una natura rigogliosa e sgargiante che si dipana nelle tracce seguenti con varietà di timbri creati da Barrott con il suo laptop, programmi ad hoc e tastiere e controller MIDI (le percussioni e il duduk in Over At Dieter’s Place), non disdegnando l’elettronica più pura (Winter Sunset Sky) o i campionamenti dei suoni naturali, come in Distant Storms At The Sea dove tra l’altro l’atmosfera inizia a farsi meno esotica e più riflessiva, richiamando gli ultimi Pink Floyd tra bordoni vocali ed una sensazione di sospensione:  come se un temporale estivo interrompesse l’atmosfera solare e oziosa della stagione calda. Le  percussioni tribali e i marimba della successiva Cirrus & Cumulus ci riportano ad una natura tropicale, con le melodie disegnate dalle tastiere e ancora i suoni campionati dalla natura; ma le taglienti chitarre di Der Stern, Der nie vergeht ci introducono verso un cambio di passo del disco che segna la distanza dal primo capitolo di Sketches, verso la rarefazione dei suoni e un mood più intimista confermato dall’incedere del piano di Forgotten Island che fa sembrare un ricordo lontano l’apertura esotica e vagamente psichedelica dell’album. Il downbeat, le tastiere à la Vangelis e ancora il piano di One Slow Thought hanno il sapore dei primi venti freschi da nordovest che a settembre mettono malinconicamente in chiaro che l’estate è bella che finita, e il cerchio che ha disegnato in quel di Ibiza Mark Barrott si può quindi chiudere.