Ci siamo. Il ritorno più atteso di una delle band storiche dell’indietronica -M83- è finalmente tra le nostre mani. Un nome emblematico: Junk, oppure semplicemente un triste presagio. Ma andiamo con ordine.
L’ultima volta che avevamo parlato degli M83 era stato nel 2011 con l’album Hurry Up, We’re Dreaming; lavoro che aveva di fatto sancito il successo del gruppo francese, anche grazie al celebre singolo Midnight City. Stiamo parlando di un disco che presentava al suo interno molte luci e molte ombre; un album mastodontico da 22 tracce che, nella sua totale disomogeneità, riusciva a prendere l’ascoltatore e a trasportarlo nel suo universo. Certamente non l’album del decennio -sia chiaro- soprattutto se a dare fama nel mondo indie agli M83 ci avevano pensato due album grandiosi come Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts, prima, e Saturdays = Youth, poi. C’erano già pochi punti di contatto tra quest’ultimi e Hurry Up, We’re Dreaming; ma tutto sommato lo stile del gruppo si poteva ancora intravedere, complici dei synth esagerati e una drum machine che si muoveva senza sosta. Tutto questo in Junk manca però cronicamente, privando i suoi autori di quel marchio di fabbrica che li aveva resi delle bestie sacre dell’indietronica.

Il concetto di album raccoglitore era già emerso con prepotenza con le 22 tracce del precedente; ma è proprio in questa uscita discografica degli M83 che questo difetto si fa cronico e totalizzante. Nonostante 7 tracce in meno, la confusione è di per sé raddoppiata; spaziando da voci modificate a ballads (semi acustiche), da synth che ricordano le loro origini ad atmosfere pop con un gusto prediletto per il futurismo; dal tutto al nulla. Rendendo la cosa più semplice: manca un qualsivoglia concetto che muova l’intera opera e, soprattutto, manca completamente l’identità del gruppo che sembra essersi dispersa tra qualche cometa nello spazio.

Se Hurry Up, We’re Dreaming era tutto sommato piacevole perché al suo interno conteneva dei singoli non geniali ma di pregevole fattura (Midnight City, Reunion, Wait, ecc) non si può dire altrettanto di questo lavoro che scorre ad ogni ascolto nella nostra mente come una semplice pioggia a Gennaio: banale e scontato; forse anche leggermente noioso. Certo, il synth pop come al solito è il protagonista assoluto della scena; anche se non mancano (come già menzionato) delle ballate in pieno stile Celine Dion (For The Kids, Atlantique Sud). Decidete voi se questo può essere considerato un complimento o meno.

Detto ciò, Junk è un album difficile da ascoltare dall’inizio alla fine, per la sua lunghezza, certo, ma anche per la noia che emerge da quasi tutti i suoi brani. L’ascolto di questo lavoro, eccezione fatta per il singolo Do It Try It (che proprio qui vi avevo lodato) e Sunday Night 1987 (una ninna nanna elettronica più che riuscita), rende continuamente la sensazione che tutto ciò che sia stato inserito al suo interno non sia altro che una raccolta di canzoni composte in spazi e luoghi troppo distanti tra loro. Discorso analogo se si cerca di analizzarli brano per brano; non un singolo interessante; non una scelta stilistica degna di nota, non un pezzo in grado di farci “ballare sul dancefloor” così come eravamo stati abituati. L’impressione è quindi di ascoltare un derelitto; qualcosa che esiste ma senza alcun senso, qualcosa che dobbiamo ascoltare ma senza capirne il motivo che lo mantiene in vita. E tutto ciò è certamente un peccato perché tutti -critici e fan compresi- dopo il non eccezionale Hurry Up, We’re Dreaming si aspettavano di più. Molto di più.