Louis Cole deve essere un tipo molto strano. Nel senso buono del termine, ovviamente. Ogni aspetto della sua vita artistica è avvolto in un’aura di weirdness che, oltre a renderlo molto simpatico, accende la curiosità ancora prima di ascoltare la sua musica: un paio di dischi auto-prodotti e auto-distribuiti in stile art pop molto artigianale, quattro dischi jazz funk umoristico come metà del duo Knower, la sua collaborazione con Thundercat e, il capitolo più recente, Times, il suo terzo disco solista uscito per l’etichetta di Flying Lotus Brainfeeder.

Terzo ma, in un certo senso, primo. Perché degli esordi è rimasto davvero poco – l’eclettismo degli arrangiamenti e lo humour – e poi perché in Times il polistrumentista di Los Angeles definisce in modo chiaro e tondo la sua identità musicale: un mix di synth, funk e jazz infettato da un’ironia che unisce tragico e comico. Qualcosa che non si sente proprio tutti i giorni.

Il disco è un viaggio sulle montagne russe che alterna momenti frenetici e spumeggianti, come il brano d’apertura, “Weird Part of The Night”, un’ode allucinata alle ore notturne, a momenti più distesi e meditativi, come “Phone” e il suo andamento lento e grooveggiante, o “Everytime”, con l’atmosfera che diventa malinconica, fra il ritmo indeciso e la delicata voce di Cole. Una voce che assume svariate forme e tocca molteplici frequenze senza però essere mai abbastanza solida.

The one you love will hurt you bad
But a stranger has your back
It’s sunny when it starts to snow
And that is when you really know

I testi seguono di pari passo la stranezza musicale: messi tutti insieme formano un flusso di coscienza disturbato che tocca vari temi, dal rapporto fra persone in “After The Load is Blown” a quello con la tecnologia, al tempo che scorre inafferrabile in “A Little Bit More Time”, fino alla depressione, raccontata in modo tremendamente leggero in “Trying Not To Die”. I ritmi di batteria (lo strumento prediletto da Louis) alti e poi bassi, gli strumenti, elettronici e acustici, estroversi nei brani più concitati e timidi in quelli più calmi, restituiscono, insieme ai testi cantati, l’immagine di un animo tormentato tenuto a galla dalla capacità di prendere le cose alla leggera.

When you’re sexy, people wanna talk to you
When you’re ugly, no one wants to talk to you
When you’re ugly, there is something you can do, called
Fuck the world and be real cool

Ed è proprio quando questa leggerezza prende il sopravvento che Times dà il meglio di sé. In “When You’re Ugly”, un inno alla weirdness che diventa coolness, a tutto quello che sfugge, proprio come il disco che la contiene, ai canoni di bellezza, e in “Things”, che distende gli animi e rasserena l’atmosfera, fra arpeggi eterei sorretti da un ritmo ovattato ma deciso. Il pregio principale di Times sta però nelle melodie, che ascolto dopo ascolto entrano nelle orecchie dell’ascoltatore per restarci. E quando melodia efficace, arrangiamento riuscito e grande tecnica musicale si uniscono come in “Tunnels In The Air”, che vede la collaborazione di Thundercat, una delle tante influenza synth funk che hanno inspirano Cole, il risultato è un suono fresco e originale.

Non tutto è perfetto. In alcuni momenti il disco perde la messa a fuoco, accelera troppo in “Freaky Times” oppure rallenta troppo nella conclusiva e quasi superflua “Night”, e l’andamento generale è un po’ zoppicante. Ma il tempo per limare i difetti e magari emanciparsi ancora di più dall’ingombrante influenza degli altri artisti di casa Brainfeeder, che in Times si sente molto, Louis Cole ce l’ha. L’importante è che non smetta mai di essere un tipo strano.