Ascoltare i Los Campesinos! è come andare dal dottore a farsi prescrivere il Valium o qualche altro antidepressivo, per poi prenderne fino a svenire nel soggiorno, con il sorriso in bocca. O anche ridere a una barzelletta con molto black humor. Il punto è che tra la tanta merda che c’è nell’indie loro sono oro, a prescindere da questo album. Dalle foto promozionali sembrano usciti da un evento tipo il Random, con costumi enormi da animali, delusi e tristi assorti nei loro pensieri, avvolti da un velo da amarezza. A chi non verrebbe la voglia di abbracciarli?

Registrato in un paese sperduto vicino ad Amarante in Portogallo, Sick Scenes è l’album dove ricominciano da capo. I tre anni da No Blues sono stati riflessivi: il contratto con l’etichetta è scaduto e i membri del gruppo si sono trovati un lavoro “vero”. Questo lo dico con un po’ di tristezza, perché Sick Scenes è stato registrato per molti componenti nei weekend, nelle “pause” dai lavori quotidiani, rendendo i Los Campesinos! una band part-time. Chissà cosa verrebbe fuori se tutti si concentrassero solo sulla musica, lasciandosi alle spalle uno stato psicologico conflittuale tra la band e un altro lavoro.

I Los Campesinos! sentono il bisogno di tornare alle origini, di colmare la nostalgia per i vent’anni (“Here’s To The Fourth Time”), di ricordare quella confusione esistenziale che pensavano svanisse con l’età e che invece è rimasta. Sembrano canzoni che cercano la risposta a “perchè mi sento ancora così male?” e nell’attesa della risposta giocano a calcio. “31 and depression is a young man’s game” e “This certainly ain’t youth no more”  sono versi di accettazione, sono tutti 30enni e convivono con l’amaro in bocca. Però hanno ancora molta energia e un adorabile sarcasmo.

Sick Scenes non presenta niente di innovativo dal punto di vista compositivo, ci sono sempre le melodie hipster e i ritornelli da stadio, batterie molto cariche e la metrica british di Gareth. “5 Flucloxacillin” rappresenta al meglio quello che sono stati e che sono ancora i Los Campesinos!, con l’aggiunta di un tocco di politica. È una cosa nuova per loro, ma l’album è stato registrato nel periodo della Brexit, quindi è assolutamente comprensibile e azzardo a dire corretto parlarne (rimandi al referendum si sentono anche in “A Slow, Slow Death”). Poi ci sono i momenti dolci di “The Fall of Home”, una canzone per chi va via dalle piccole città, per chi torna a casa per natale e per i funerali, per chi si sente solo in appartamenti pieni di coinquilini, per chi non può partire e per chi non trova le risposte in una città più grande. Il tutto accompagnato da una dolce e malinconica melodia acustica.

Gareth parla tranquillamente della depressione, è un tema a lui caro e scrivere canzoni a riguardo è il suo modo per aiutare in modo empatico chi lo ascolta (già, sarebbe stato un bravo psicologo). La bellezza dei Los Campesinos! è proprio nell’unione di  malinconia e dolcezza, creando quell’atmosfera speciale che rende memorabili brani come “A Litany/Heart Swells” e “A Slow, Slow Death”. La pecca complessiva di tutto l’album però è la mancanza di veri e propri arrangiamenti, le canzoni sembrano abbozzate e mancano i dettagli che facevano la differenza negli album precedenti. Sick Scenes non è quindi all’altezza di No Blues, ma è anche vero che le prospettive dei Los Campesinos! sono cambiate. Non cercano la fama o l’album di culto, ma la rottura temporanea della routine, tra lavoro e partite dell’Arsenal, con un piccolo tour che fa divertire tutti quanti.