Hineni, hineni“. Queste le parole utilizzate da Leonard Cohen per introdurci nell’universo di You Want It Darker, suo ultimo album. E poi prosegue “I’m ready, my Lord“, sono pronto mio Signore, sono pronto a prendermi l’unica responsabilità che mi è stata data fin dalla nascita. Quella di morire.
I primi, oscuri, termini con cui ho iniziato questa recensione derivano dall’ebraico e potremmo tradurli con “Eccomi”. In questo caso non si tratta tanto di una posizione geografica quanto di una presa di coscienza, un’affermazione coraggiosa e necessaria giunti a questo capitolo della propria vita. Così il paroliere canadese si pone di fronte a Dio. Giunto all’età di 82 anni, non sembra propenso a voler morire, come invece volevano malevoli voci.

Tutt’altro, in una recente intervista ha voluto rinnovare il proprio amore per la vita e la volontà, se fosse possibile, di vivere fino a 120 anni. Quest’anelito non entra tuttavia in contraddizione con l’affermare di essere pronti alla morte. Ed ecco di nuovo in primo piano la morte, che è sempre stata al centro delle riflessioni e dei pensieri di Cohen. E dopo una vita intera passata ad indagare il più grande mistero della vita umana (cercando di coniugare le origini ebraiche con le istanze buddhiste in voga negli anni della Beat Generation), egli può dirsi consapevole e pronto.
Questo brano d’apertura, che dà il titolo all’album, gioca tra effetti chiaroscurali alternando un basso cupo e straniante ad un organo ed un coro celestiali, portatori di immacolata sacralità.

Il momento di maggiore oscurità viene raggiunto nella spettrale ed orientaleggiante “It Seemed The Better Way” in cui Cohen rievoca, con contegno quasi funereo, gli anni in cui si avvicinò al buddhismo, guardati con un misto confuso di sentimenti tra illusioni e rimpianti in particolare per le accuse mosse anni dopo al suo maestro zen.

Non mancano le ballate toccanti che lo hanno reso celebre e che hanno fatto scuola a molti, uno su tutti Nick Cave.
Abbiamo il soft rock di “If I Didn’t Have Your Love”. Una lunga e commossa dedica di come sarebbe stata la sua vita se non avesse incontrato e vissuto l’amore della sua donna. Una vita vuota e fredda, innaturale ed insensata (“If the sea were sand alone / And the flowers made of stone / And no one that you hurt could ever heal / Well that’s how broken I would be“).

Sulla stessa linea segue l’instant classic di “Treaty” sempre dominata dal dolore di Cohen, non più ipotetico ma reale. L’interlocutore rimane ambiguo, potrebbe essere Dio, potrebbe essere una donna, o più semplicemente entrambi. In ogni caso si tratta di un ricongiungimento, di un amore impossibile e non corrisposto e canta: “I wish there was a treaty, I wish there was a treaty / Between your love and mine“. I medesimi versi, a testimonianza della loro centralità nel disco, verranno ripresi nella conclusiva e (quasi completamente) strumentale “String Reprise/Treaty”.
Infine lo splendido commiato di “Leaving the Table”. Il titolo parla da sè, e quando dice “I’m leaving the table / I’m out of the game” non è un arrendersi ma un elevarsi.

You Want It Darker, come dimostrano queste ballad meravigliose e struggenti, rappresenta la summa del percorso coheniano riproponendo il classico stile dell’artista canadese reinterpretato con la solita classe e profondità che lo contraddistinguono. Magistrali il figlio Adam, produttore del disco, e l’ormai noto Patrick Leonard nelle vesti di compositore.

Così proseguono anche i momenti più “movimentati” come il soul di “On the Level” e la suadente “Travelling Light”. La prima è il momento più spensierato del disco con il suo incedere accattivante mentre la seconda presenta sullo sfondo il suono di un bouzouki ad accompagnare Cohen che rievoca i ricordi del periodo trascorso in Grecia tirando fuori il suo lato più carismatico.

You Want It Darker è un disco fondamentalmente malinconico, di quella malinconia che si può raggiungere solo in tarda età. La malinconia di chi inizia a guardarsi indietro al termine di un lungo ed appassionante viaggio. Non bisogna comunque pensare che sia un disco privo di speranza, tutt’altro. Cohen ci sta regalando, con un atto di estrema generosità ed umiltà ciò che ha vissuto sulla propria pelle dispensando utili insegnamenti con il proprio esempio. Arrivando alla conclusione che forse non esistono insegnamenti possibili se non quello di trovare la propria strada (“Steer Your Way”) vivendo con profondità in questa corsa senza tregua che è la vita

Year by year
Month by month
Day by day
Thought by thought

E ogni brano, ogni poesia di Cohen sono permeati da una sorta di saggezza, di maturità rassicurante che unita alla sua voce, calda e roca, riescono a cullarti e ad infondere consapevolezza nella gioia alleviando al contempo ogni ferita, ogni rimpianto. Qui vediamo l’esperienza e la dignità di quest’uomo straordinario, poeta scrittore e cantautore, che con la sola forza delle parole e della musica ci consegna il miglior testamento che potesse lasciarci. Se poi You Want It Darker lo sarà veramente solo il tempo ce lo dirà. Intanto si pone immediatamente come opera imprescindibile e conclusiva di una carriera, ma ancor più di una vita, lunga, sofferta e veramente vissuta.

Filippo Greggi