Leon Vynehall è uno di quegli artisti poliedrici a cui è sempre piaciuto sguazzare fra i generi. E infatti, senza troppa difficoltà, ha trovato spazio nella scena underground danzereccia degli ultimi anni, che di confini e separazioni fra stili musicali non ne vuole proprio sentir parlare. Dall’eclettica deep house dei primi EP, per il produttore inglese è arrivato il disco d’esordio, Nothing Is Still: gli schemi si frantumano in un flusso sonoro inclassificabile. C’è l’house, il downtempo, ma anche il minimalismo, l’ambient e il jazz. C’è una storia da raccontare, quella dei nonni di Vynehall, che negli anni ’60 emigrarono dal sud dell’Inghilterra verso il nuovo mondo, la New York piena persone, colori e suoni.

Il disco ha una fortissima componente narrativa, accentuata dal fatto che arriva accompagnato da un racconto e da una serie di cortometraggi diretti da Young Replicant. Per quaranta minuti sembra di seguire i passi, i luoghi e le situazioni di un viaggiatore che a poco a poco trasforma una terra straniera nella propria casa. “From The Sea/It Looms (Chapters I & II)” è l’approdo a New York. Lo stacco dai lavori precedenti di Vynehall è subito evidente. Un distorto arpeggio di piano accompagna le melodie cinematiche di ensemble di archi fino alle lunghe pulsazioni di un synth abrasivo.

Poi arrivano le prime voci, i primi movimenti, e soprattutto il jazz, quello dei confusi locali newyorkesi, che aleggia come una rimembranza del passato lungo tutto il disco, più forte in alcuni punti, come in “Movements (Chapter III)”, in cui il sax ruba la scena all’elettronica. Che però se la riprende subito con il breve interludio “Julia (Footnote IV)”, un nostalgico mix fra registrazioni ambientali e frequenze ipnotiche che sembra uscito da un disco dei Boards of Canada. E sulle stesse coordinate musicali si posiziona il dolce downtempo di Envelopes (Chapter VI), uno dei punti migliori del disco, in cui la simbiosi fra suoni acustici ed elettronici funziona meglio.

Ma in sottofondo, lungo tutto Nothing Is Still, c’è anche la cultura house, che appena ne ha occasione spinge per venir fuori, come in “Trouble – Parts I, II, & III (Chapter V)”, un brano che nell’introduzione echeggia il minimalismo di Steve Reich e Philip Glass per poi giocare con il ritmo e con l’ascoltatore nella parte finale. Lo spirito danzereccio di Vynehall trova finalmente sfogo nella seguente “English Oak (Chapter VII)”, ma sembra quasi non voler fare troppo rumore: il martellante beat è circondato da archi digitali e fumosi pad; l’atmosfera è annebbiata da chissà quali sostanze, che dalla New York anni ’60 ci portano, ma solo per qualche minuto, in un rave nelle campagne inglesi degli anni ’90.

Tra contaminazioni sonore modern classical il viaggio si avvia verso la conclusione con “Ice Cream (Chapter VIII)”, che ripete in maniera quasi speculare la struttura del primo brano di Nothing Is Still, quasi a voler riavvolgere il tempo e far tornare indietro quella nave diretta verso oltreoceano. Il tempo che in “It Breaks (Chapter IX)” sembra fermarsi, intrappolato in una malinconica melodia di pianoforte accentata da archi e altri fantasmi sonori.

Leon Vynehall reinventa se stesso. Senza perdere di vista il percorso tracciato negli ultimi anni fa un grande salto di qualità: si sgancia dal mondo house e si lancia in un altro confuso e sconosciuto, dove non esistono confini musicali netti, dove “nulla è ancora” definito. Per limare le piccole imperfezioni strutturali ci sarà tempo, e speriamo che Vynehall non ne faccia passare molto prima del suo prossimo inaspettato passo.