Nel giro di pochi anni la carriera di Lady Gaga è stata un treno impazzito che ha toccato tutte le fermate che l’ego di un artista può rincorrere: il pop convenzionale da classifica, il successo planetario, i paragoni con Madonna, l’esibizione del suo corpo prima come provocazione assieme ai look stravaganti e poi come improbabile performance artistica, epoche di vendite stratosferiche ed altre in cui si gridava al flop per i suoi standard, i videoclip iconici (in un periodo di declino del mezzo), il brano natalizio, la colonna sonora, la sbandata per quella furbona di Marina Abramovich, un’altra sbandata questa volta per gli standard jazz con Tony Bennett, cadute, rinascite, la carriera da attrice nelle serie tv e nel cinema e l’impegno pseudopolitico anche come icona gay, i profumi, i Grammy, il Golden Globe, l’inno prima del Superbowl e perfino un omaggio a David Bowie a cui il Duca Bianco, dall’alto dei cieli, rispose con un “grazie del pensiero ma non ce n’era bisogno”.

Anni vissuti a rotta di collo, senza mai fermarsi, dividendo il pubblico e la critica come solo una wannabe icona potrebbe fare. Quest’anno, a sorpresa, la signorina Germanotta ha dato alle stampe un nuovo album in cui forse per la prima volta esprime non tanto il suo ego artistico ma sé stessa e la sua vita. Non è un caso che il titolo, Joanne, sia il suo secondo nome, metaforicamente a metà strada tra l’artista e la persona: segno che questa volta Gaga smette lustrini e paillettes (come ha dichiarato in una intervista di lancio, in cui ha espresso la volontà di riporre nell’armadio quei look esuberanti che hanno contribuito a renderla famosa) e mettere da parte le vette egocentriche del precedente Artpop (“Io sono Arte! Io sono Arte e faccio Arte!”, sintetizzando il suo pensiero) per fare un bagno di realtà (autobiografica) e di onestà, anche se questa volta coadiuvata da Mark Ronson che certamente non è tipo da robe minimali, assieme ai produttori Red One e Blood. Una specie di svolta da cantautrice, perfino con accenti country, ma il risultato sarà degno?

 “I confess I am lost/ In the age of the social” canta nella ballad finale Angel Down,  incentrata sull’”epidemia di omicidi di giovani afroamericani “ (Gaga dixit). E allora ecco che l’artista italoamericana scappa simbolicamente dal glamour newyorkese, dal pop anabolizzato e da assalto alle classifiche dei precedenti album (compreso l’operazione turiferaria del nostalgico Cheek To Cheek con Bennett) per farsi un giro nella provincia americana, passando dagli hipster ai redneck, guardando più a Garth Brooks che alle colleghe regine del pop ma con risultati tuttavia altalenanti, nonostante abbia chiamato a raccolta artisti ad alta credibilità come Josh Homme e Father John Misty.

L’inizio è confortante: Diamond Heart, incentrata sulla dichiarazione d’amore fatta dal suo fidanzato Taylor Kinney, è una bella sorpresa, perché si tratta di un brano pop rock estremamente orecchiabile, con sonorità country, meno elettronica rispetto ai lavori precedenti e più strumenti analogici, che prende subito per mano l’ascoltatore e lo coinvolge. Si nota inoltre come la voce di Gaga sia più chiara e distinta che mai, e non è un dettaglio non da poco perché a parere di chi scrive la Germanotta ha un potenziale vocale per forza e purezza tecnica che le sue colleghe di alta classifica (citofonare Katy Perry, Rihanna, Miley Cyrus, persino Madonna) se la sognano. Sempre grazie a Diamond Heart si capisce come il livello di tamarraggine sia inferiore rispetto agli altri album. Certo, non mancano ritorni al passato, come l’irriverente e malizioso inno al piacere femminile Dancin’ in Circles che cita pesantemente Alejandro e nasce in collaborazione con Beck, oppure il zuccheroso doo-woop di Come To Mama. Ma in generale gli arrangiamenti strizzano l’occhio al mondo del country con alterne fortune: promossa a pieni voti Million Reasons, ballad ispirata, appassionata, genuina e trascinante, in cui Gaga assume credibilità come cantautrice, e si fa notare anche Sinner’s Prayer, dove la popstar mette a segno il colpaccio con la presenza di Father John Misty e sorprende tenendo a bada le dinamiche della sua voce mantenendo il brano quasi tutto sulle note basse senza perdere intensità, pur essendo comunque una canzone pop ma di elevata fattura per gli standard mainstream. In Joanne, inoltre, la voce della Germanotta è mai come prima d’ora a fuoco, chiara, limpida e nitida  senza infingimenti da autotune, dimostrando come non abbia bisogno di alcun artifizio come nella personale e minimale title-track .

Tuttavia ci sono anche episodi meno convincenti come il country kitsch (seppur dotata di un gran bel groove) di A-Yo, le incomprensibili tastiere anni 80 di Hey Girls dove viene svilita la presenza di Florence Welch, sprecando una occasione d’oro (se non altro, niente gara di acuti tra lei e Gaga, vista la loro potenza di fuoco vocale). Anche l’altro ospite di lusso, Josh Homme, non fa la differenza come in John Wayne, brano altrimenti con buone potenzialità ma appesantito da un eccesso di elettronica. Ed infine, in ordine sparso, convince il singolo apripista Perfect Illusion, dall’incedere ipnotico con i suoi riff energici e quel cambio di tonalità a renderla un loop senza sosta, con la chicca dell’applicazione del principio della Sezione Aurea in musica. Lascia invece perplessi la scelta di tenere come traccia bonus dell’edizione deluxe Grigio Girls e infine Angel Down, ballad midtempo conclusiva che ha come spunto il caso controverso l’assassinio del giovane Trayvon Martin, è decisamente più convincente nella sua versione work tape dell’edizione speciale, in cui l’interpretazione di Lady Gaga si carica nella voce di quella drammaticità che il brano richiede.

Se Joanne fosse stato a livello di Million Reasons ci saremmo trovati davanti all’album della svolta e della maturità artistica. Ma la sbandierata novità country è riuscita a metà perché se da una parte bisogna dare atto al coraggio di Lady Gaga di non cedere al pop più mainstream che è il porto sicuro di alcune sue colleghe (anche Cher avrebbe dovuto fare un disco country, sulla scorta del successo nel 2012 di Tuskegee di Lionel Richie, poi è uscito il tamarro Closer To The Truth e tanti saluti) ma di osare qualcosa non certo di ostico ma un minimo sofisticato. Ma se invece Joanne fosse qualcosa di simile a Music di Madonna, un’altra fermata di quel treno ad alta velocità che è Lady Gaga? Insomma, è una vera svolta o è un’altra furbata di quella volpona della Germanotta?

Si vedrà con il prossimo album.