Una volta c’erano i personaggi di Spoon River, ora i protagonisti dei testi di Caleb. Anche le bambole di cera in copertina aiutano il paragone. Un amico morto, una ragazza innamorata di un fantasma e delusioni varie fanno da cornice a un album dai testi cupi. Inquietante? Solo in apparenza. In mezzo ci sono le melodie easy listening che vengono tanto spontanee ai Followill, che li fanno avvicinare a un rock pop da U2 e allontanare dalle risse da bar di Nashville.

Per il settimo album i Kings of Leon abbandonano lo storico produttore Angelo Petraglia e se ne vanno in California a registrare con Markus Dravs (Arcade Fire, Coldplay) accompagnati da mogli e figli. Pensano davvero di fare qualcosa di diverso, ma rimangono solo impressioni di una band forse troppo sicura di sé.

WALLS” o We Are Like Love Song è un album mainstream, lo ascolti volentieri mentre prepari la cena, ma non aggiunge niente di nuovo, nessun muro che cade, nessuna rivoluzione. I singoli “Waste a moment” e “Eyes on me” sono brani da stadio, assolutamente orecchiabili e pronti per essere cantati in coro, non dispiace il funky di “Around the World” e la energica “Find me”, poi le canzoni si perdono nel complesso, un po’ tutte uguali, ripetitive, con chitarre anche troppo semplici e intuitive. Meglio “Reverend” e la title track, ballata che piace sempre ai fan, un po’ meno agli altri.

I vari whoa-oh hanno sempre funzionato, ammettiamolo, e qui parliamo di quei cori che avevano reso tanto famosa quella “Use Somebody“ che cantavi con le amiche. Ma siamo sicuri di volere sempre la solita formula?  È poca ispirazione o semplicemente danno ai fan quello che vogliono? Dravs fa un bel lavoro, intendiamoci, decora bene i suoni di questo WALLS, ma ne esce una scena senza un vero e proprio carattere, un prodotto di cui il mondo è saturo. Lo dicono anche loro, “non superi il terzo album se non ti vendi un po’ “. E come dargli torto.