King Krule e Mac DeMarco hanno tanto in comune. Primo, tante, ma proprio tante, sigarette. Secondo, quel tocco morbido e sinuoso di jazz qua e là. Terzo, le canne, le loro, le nostre, quelle di tutti. E non fate quell’aria innocente. Se però Mac DeMarco rimane un simpatico cazzone canadese, Archy Marshall è un tipetto inglese pallido e rossiccio che potremmo definire “maturo”, sia per i testi che per quella sua voce grave e profonda che sputa parole una dietro l’altra.

The OOZ è un album ricco di questi sputi, a volte tristi a volte incazzati. Il disagio e il no-sense sono talmente presenti che William Burroughs potrebbe applaudire per ore. Il punto è che l’album sprizza di creatività per il modo in cui fonde più generi, dal jazz al punk passando per il blues, lasciando tracce di elettronica. Già con la prima canzone “Biscuit Town”, Archy ci proietta nel suo mondo, ci fa sedere e accendere una sigaretta.

Le canzoni scorrono fluide, ci sono i momenti chill e quelli energici tra cui spiccano “Dum Surfer” dall’originalissimo songwriting (e dal testo “forte”) e “Vidual”, dove si può azzardare una certa somiglianza con un Tom Waits incazzato. Le parole si trasformano in riflessioni, soliloqui abbozzati senza imbarazzo riguardanti le esperienze che ha vissuto tra sbronze e ragazze varie.

Czech One” è stato il primo singolo e ci ha fatto capire che Archy, per fortuna, non si è nascosto dietro la gloria di “6 Feet Beneath the Moon”, anzi, ha voluto rafforzare le sue qualità, mantenendo nell’immaginario collettivo la sua figura dentro un pub denso di fumo, di notte. The OOZ è appunto  da apprezzare al meglio quando il sole cala, quando si è soli, quando una luce soffusa ha il compito di illuminare lo spazio.

Il messaggio è immediato come un pugno sullo stomaco, uno sguardo dentro se stesso e poi uno veloce sul mondo, giusto per racchiudere in 19 canzoni la propria solitudine e l’amarezza della giovinezza. Tocca a “La Lune” chiudere con dolci, poche e calde note un album brutale, ma sincero.