Nel momento in cui scrivo questa recensione DAMN occupa da due settimane la prima posizione dei dischi più venduti in America, ha già centrato il disco di platino e su Metacritic sfoggia un impressionante 95/100, dopo aver toccato per un certo periodo anche il punteggio quasi ironico di 99/100. Kendrick Lamar Duckworth, semplicemente, mette tutti d’accordo.

Il successo raccolto dal quarto album di K Dot è in realtà proporzionato al talento fuori scala messo in mostra sin dai tempi di Section.80, anche se a ben guardare nelle storie del rapper di Compton di lineare c’è ben poco. Quello che Kendrick Lamar, osservatore acuto delle cose del mondo, ha dimostrato finora di saper fare meglio di chiunque altro è disegnare coi suoi dischi un cerchio.

DAMN, un disco dalla matrice fortemente spirituale che segue la rabbia di To Pimp a Butterfly, altro non è che l’ennesimo giro intorno a quella giostra brutale e insensata che è la vita quando nasci sotto la statistica sbagliata. Spiegare il motivo della fiducia cieca che accompagna l’uscita di un disco di Kendrick Lamar non è semplice. Per costruire un rapporto del genere con chi ti ascolta non basta essere costante né fare buoni dischi: serve essere il migliore.

Negli anni dopo la consacrazione di good kid, mA.A.d city, per Ken si sono spalancate le porte dello stesso pantheon laico che custodisce la memoria di gente come Nina Simone, Tupac, MJ: profeti inquieti della black excellence e esseri umani troppo complicati per un destino tanto lapidario. In un periodo in cui la cultura pop sembra attraversare una fase di ricerca quasi ossessiva dell’equilibrio tra consciousness e contaminazione, Kendrick Lamar è riuscito a ritagliarsi il ruolo di portavoce di una generazione più woke che mai.

La celebrazione della cultura black in tutte le sue forme presente in questo disco ha reso Kendrick Lamar il riferimento artistico naturale delle proteste del movimento Black Lives Matter, certificato dall’elezione spontanea di Alright a vero e proprio inno della contestazione.

To Pimp a Butterfly sotto questo punto di vista, rappresenta tuttora la svolta più importante a livello di forma e contenuti nel panorama hip hop degli ultimi anni. Con una produzione da instant classic che mette insieme gente come Flying Lotus e George Clinton, il disco-capolavoro del 2015 costruisce attorno alla dicotomia “u”-“i” il paradosso di un’America paragonata a un bozzolo di paranoie e pregiudizi da cui non nascono farfalle: una realtà da cui nemmeno il primo presidente nero della sua storia ha saputo liberarla. Nel calvario quotidiano per inseguire il mito di quello che ce l’ha fatta, Kendrick racconta le promesse, le lusinghe da due spicci e i ricatti dei pimp: “loving u is complicated”. Ma la redenzione c’è, ed è tutta nell’imparare a dire “i love myself”, anche se tra una vita da bruco o da farfalla passa solo uno sparo.

Il cambio di registro stilistico della produzione avvenuto in DAMN è il risultato appare evidente fin dalla copertina. L’artwork, affidato ancora una volta a Vlad Sepetov, ben restituisce l’urgenza di una narrazione dal carattere fortemente personale con uno scatto ruvido e diretto (presto macellato dal microumorismo dei meme).

Proprio come in good kid, m.A.A.d. city, la realtà fotografata da DAMN è un pezzetto d’America da cui la Casa Bianca semplicemente non si può vedere.  BLOOD, traccia d’apertura dal forte sapore Stax, è una favola in perfetto stile blaxploitation che strizza l’occhio a un grande classico del 1973, lo spoken word fumoso e sornione di 24 Carat Black e del suo disco più celebre, Ghetto: Misfortune’s Wealth (non a caso campionato da Kendrick in FEAR). Un colpo di pistola stabilisce lo spartiacque della vita nel ghetto:

Is it wickedness?

Is it weakness?

You decide

Are we gonna live or die?

La voce da coro greco di Bekon, produttore di una buona fetta del disco, non lascia scampo: abbracciare le proprie debolezze e chinare il capo a Dio o consegnarsi al giudizio della strada. Compton, città natale di Kendrick e cuore pulsante della geografia hip hop, è parte del suo DNA.

I got
 Loyalty, got royalty inside my DNA

Cocaine quarter piece, got war and peace inside my DNA

I got power, poison, pain and joy inside my DNA


I got hustle though, ambition, flow, inside my DNA

E’ loyalty verso tutti quelli che hanno saputo restare, ma è anche fiera consapevolezza della sua identità di afroamericano (o come lui stesso definisce sul caotico finale di “i” , di “N-E-G-U-S” , termine dall’etimologia “straight from Ethiopia”). Un Re. Un imperatore. Un King.

In ELEMENT, prodotta insieme a James Blake, Kenny sottolinea ancora una volta che nel suo elemento, il rap, può fare quello che vuole, scacciando con noncuranza la concorrenza di “bitches” (con chiaro riferimento a Drake, Jay Electronica e Big Sean) coi numeri farlocchi e i ghostwriter nell’armadio.

‘Cause most of y’all ain’t real

Most of y’all gon’ squeal

Most of y’all just envy, but jealousy get you killed

Most of y’all throw rocks and try to hide your hand

Un concetto ribadito a suon di schiaffoni in HUMBLE: primo singolo estratto da DAMN e prodotto da un pezzo da 90 della scena hip hop contemporanea, Mike WiLL Made-It. Kendrick sa di essere il migliore e non si sforza nemmeno di nasconderlo: “I can’t fake humble just ’cause your ass is insecure” (PRIDE).  La convivenza con un sentimento ingombrante come l’orgoglio getta sul rapper di Compton un’ombra che rafforza la sensazione di abbandono, sparsa a piene mani in tutto il disco e sviscerata con dolore nella bellissima anafora di FEEL.

Love’s gonna get you killed


But pride’s gonna be the death of you

and you and me

Ed è proprio in PRIDE, un ballad abrasiva che ricorda il Gil Scott Heron di Winter in America, che Kendrick scopre le carte senza concedere niente alle facili giustificazioni: Me, I wasn’t taught to share, but care. La paura di non mantenere le promesse fatte a sé stesso e agli altri è l’incubo che turba i sonni di chi ormai ha tutto da perdere.

DAMN conserva nel finale due dei pezzi meglio riusciti della sua brillante produzione di storytellerFEAR fotografa con la potenza evocativa di un William Faulkner tre momenti della vita di Kendrick dominati dalla paura. Una madre irrigidita dal terrore di vedere il proprio figlio inghiottito dalla strada, l’ansia di una adolescenza vissuta aspettandosi di morire per un posto di blocco, il contraccolpo di un successo non calcolato: tutto questo restituisce l’idea di un’esistenza dove la minaccia è il solo modo che ha la realtà di veicolare la sua presenza: Within fourteen tracks, carried out over wax/Wonderin’ if I’m livin’ through fear or livin’ through rap.

Come già accaduto per TPAB, Kendrick Lamar affida all’ultima traccia dell’album, DUCKWORTH, il compito di tirare i fili della storia.  La vita di Ducky, anima precaria dietro al bancone di un KFC, viene risparmiata durante una rapina a mano armata per aver regalato biscotti e pollo fritto agli stessi ragazzi affamati a cui Compton ha messo una pistola in mano. Ducky tornerà a casa illeso dove troverà il figlio Kendrick di 4 anni. Lo stesso Kendrick che 9 anni dopo finirà sotto contratto  per l’etichetta di uno di quei ragazzi, Anthony “Top Dawg” Tiffith.

 Whoever thought the greatest rapper would be from coincidence?


Because if Anthony killed Ducky
Top Dawg could be servin’ life


While I grew up without a father and die in a gunfight

 Uno sparo e il nastro si riavvolge.