Nel 2014, a trentacinque anni dall’ultimo concerto, Kate Bush si esibisce nuovamente dal vivo: i tanti che hanno avuto la fortuna di assistere a questa epifania musicale parlano di una performance immersiva, multimediale e totale, e d’altronde da una artista di tale levatura non ci si potrebbe aspettare altro.

Ciò che è raccolto in Before The Dawn è una trasposizione dello spettacolo che l’artista inglese tenne all’Eventim Apollo di Londra (per i nostalgici duri e puri Hammersmith Apollo), per il momento disponibile solo in audio, il che potrebbe rendere all’ascoltatore l’esperienza concettualmente bidimensionale senza poter godere della totalità del concerto – rappresentazione offerta da una versione in dvd, al momento non prevista nonostante siano state fatte delle riprese. Fortunatamente, e ribadiamo il concerto, parliamo di Kate Bush, una fuoriclasse capace di avvolgere e coinvolgere lo spettatore nelle affascinanti spire della sua musica e della sua performance, che risalta in questo triplo cd anche senza le immagini.

Fu un ritorno sulle scene live trionfale, celebrato con 22 date dalle iniziali 15 visto il sold out registrato nelle prevendite ed acclamato come un evento che abbracciava musica e rappresentazione teatrale: un successo che certifica la forza di una artista come Kate Bush che brilla dal 1978 (evitiamo il computo degli anni per signorilità), nonostante il momentaneo ritiro dalle scene negli anni Novanta e il successivo centellinarsi delle apparizioni pubbliche. In questi show la Bush ha chiamato a raccolta uno staff di professionisti dello spettacolo che vanno dalla band di supporto formata da grandi nomi come il chitarrista David Rhodes (già al lavoro con Peter Gabriel) , il membro aggiunto dei Pink Floyd Jon Carin alle tastiere, il bassista John Giblin (Simple Minds) solo per citarne alcuni, e poi il già direttore artistico e capo esecutivo della  Royal Shakespeare Company Adrian Noble, l’illusionista Paul Kieve, il lighting designer Mark Henderson e la Compagnia italiana Controluce Teatro d’Ombre e non ultimo citiamo il debutto in società del figlio sedicenne Albert “Bertie” McIntosh come performer e creative advisor. Il tutto per uno show che vede in scena non solo Kate Bush e la sua band ma anche animazioni 3d, coreografie, ballerini e burattini, le cui immagini dello spettacolo sono introvabili come la sabbia nell’Antartide (al pubblico era stato sconsigliato vivaddio l’uso dei cellulari per riprendere lo show). Come ha riconosciuto la stessa Kate Bush, si è trattato di una impresa gigantesca ma al tempo stesso entusiasmante e che l’ha onorata di poter lavorare con un team di così alto spessore. Before The Dawn viene da lei definito come un documento audio che però può avere la sua autonomia come opera musicale, godibile sia da chi era presente all’Apollo che da chi non poteva esserci, una esperienza che comunque nella versione cd rappresenta al meglio l’essenza dello show come ha dichiarato in una intervista a Mojo.

In effetti, ascoltando questo box set, non si può non dare ragione alla cantautrice quando afferma che l’entusiasmo del pubblico, sempre alle stelle in ogni data dello spettacolo, vibri in ogni beat della registrazione: c’è una sorta di feedback positivo tra l’energia degli spettatori e quella sul palco, tra l’euforia dei primi che assistono ad una performance storica dopo trentacinque anni di ritiro dalle scene e la gioia a fatica contenuta di Kate Bush per lo stesso motivo e per il calore del suo pubblico che quasi la sorprende e stordisce. Non a caso ogni tanto l’artista interviene per ringraziare chi assiste allo show e già dopo il primo brano commenta estasiata “What a lovely welcome!”, cosa per niente scontata per un artista che all’alba della sua carriera dichiarava di non voler  interrompere il flusso del concerto per parlare con il pubblico. Before The Dawn testimonia, invece, una artista in pace e serena con sé stessa, felice di potersi offrire con la sua musica ai fan scusandosi con essi per l’assenza dalle scene con uno spettacolo di quasi due ore in cui l’universo Kate Bush si dischiude in una esperienza totalizzante.

La bellezza di Before The Dawn è che riesce a riassumere una intera carriera non proponendo un greatest hits di brani slegati tra loro, ma organizzando un racconto che va per concetti ed immagini, diviso in tre atti di cui due composti da altrettante concept suite tratte da rispettivamente da Hounds Of Love (atto secondo) e Aerial (atto terzo).

Atto Primo

Il primo atto, invece, è quanto di più vicino  ad un concerto canonico ci possa essere, una sorta di presentazione prima delle due storie che verranno narrate in musica dopo: la messa in scena, dalle cronache in nostro possesso, è minimale perché le canzoni per ora possano essere in primo piano rispetto al racconto. Si apre con Lily tratta da The Red Shoes del 1993, dedicata all’amica guaritrice Lily Cornford: il suono dal vivo è avvolgente e perfetto, l’arrangiamento fedele all’originale (sarà così per la quasi totalità delle canzoni) senza perdersi in fronzoli inutili e (ri)scopriamo la voce di Kate Bush che trentacinque anni dopo, pur maturata, non ha perso nulla in quanto ad intensità ed intonazione. Un avvio che rende felici i fan che ritrovano un’artista che non è per nulla cambiata né usurata ma regge il palco in splendida forma e che accenna persino un po’ di growl. Le canzoni non perdono un minimo di energia (la successiva Hounds of Love) e prendono una nuova vita senza essere snaturate (Joanni, con la chicca della riproduzione delle campane, registrate dal tastierista Kevin McAlea, della Cattedrale francese di Rouen, dove fu messa al rogo Giovanna d’Arco): ,sono loro, eppure è come se fossero tirate a lucido e vi fosse data una scarica di adrenalina. Non significa questo far salire i Bpm, ma metterci passione nell’esibirle, nel rappresentarle. Ed è anche estremamente intelligente la scelta dei brani in scaletta, per niente ruffiana ma bilanciata tra passato, presente e persino futuro: fortunatamente Kate Bush non è il tipo di artista che vive nel conforto delle hit passate lasciando in secondo piano gli album più attuali, ma come vedremo la selezione rispetta la dignità della carriera della cantautrice. Il primo atto scivola via con grande equilibrio con brani come Never Be Mine in cui viene ripreso non il mix originale di The Sensual World (1989) ma quello più intimista e con tonalità più bassa del Director’s Cut del 2011, ma mantenendo il featuring dei cori del Trio Bulgarka; spunta anche il classico Running Up That Hill (A Deal with God) che mantiene ben saldo il proprio groove e la conclusione è affidata alla meravigliosa King of the Mountain tratta da Aerial del 2005: un brano in levare, in crescendo, dalla natura jam session ideale per scatenare la forza in un live, cosa che qui avviene liberando così tutta l’energia contenuta e tenuta a freno nel brano in studio. E che si conclude improvvisamente con dei rumori, dei sample, che sembrano le sirene di una nave distorte e l’arrivo di una tempesta: è l’inizio dell’atto secondo che ci porta nella dimensione dello spettacolo visivo e del racconto, Inizia così il segmento del naufragio, quello più oscuro: The Ninth Wave.

Atto secondo: The Ninth Wave

Nel 1985 Kate Bush pubblica Hounds Of Love, in album diviso in due parti: nella seconda è presente una suite chiamate The Ninth Wave che ruota attorno al naufragio di una donna, sola, sperduta tra le acque e in balia delle onde e dei propri demoni. Trentuno anni dopo l’artista (che rappresenta sé stessa con indosso un giubbotto di salvataggio in mezzo al mare nelle locandine dello spettacolo) può finalmente dar vita a questo concept su un palco.

Un uomo lancia l’allarme di una nave che affonda al largo, con la quale fatica a mettersi a contatto. Dall’altra parte, però, la guardia costiera non sembra essere molto d’aiuto (l’incomunicabilità, uno dei temi più affrontati nelle canzoni di Kate Bush): “Oh, come on! Come on! If a man says “Our ship is going down” isn’t that enough?! Oh, to Hell with your protocol! There’s a ship out there, in real trouble. It’ll be dark soon.” E il preludio recitato dall’attore Kevin Doyle che ci introduce nella storia di una persona sola tra le acque per una intera notte. E come ha dichiarato a suo tempo Kate Bush, ciò che le impedisce di affondare tra i flutti è il suo passato, presente e futuro che la tengono sveglia e la tormentano (And Dream of Sheep, più asciutta e senza sample rispetto alla versione in studio). Ciò le fa vivere esperienze allucinatorie (Under Ice e l’abisso di voci, urla, invocazioni, campane simili a quelle sentite all’inizio di Flower Of The Mountain nel Director’s Cut del 2011 e che diventa sempre più vorticoso nella forza dell’arrangiamento potente, energico, meravigliosamente rock di Waking The Witch), rivede la propria famiglia ma lei è uno spettro che non riesce a comunicare con loro (Watching Them Without Her, dove compare in scena il figlio Albert che dice: “Parents, can’t live with them, can’t live without them”).  In questa suite pesa un po’ di più non poter assistere allo spettacolo e doverlo solo ascoltare, ma poco male: la fattura è di così grande qualità che ci si può accontentare. E così si prosegue nella discesa agli inferi con Jig of Life, con la partecipazione del fratello di Kate Bush e le timbriche degli strumenti irlandesi come le Uillean Pipes, il Bouzouki e il Bodhran e i canti gregoriani di Hello Earth, dove il personaggio delle donna tra le acque sembra ormai spacciata, sconnessa ormai da sé stessa. E la conclusiva The Morning Fog, quando arrivano i soccorsi, non chiarisce se abbia raggiunto un Aldilà o si sia salvata, ma comunque la tensione accumulata fin’ora si scioglie e ritorna la quiete dopo la tempesta, tra gentili arpeggi di chitarra e gli spettatori che sembrano tirare il fiato. Si scioglie anche Kate Bush che ringrazia sentitamente il pubblico e alla fine della canzone in cui si esprime il sollievo per una tranquillità ritrovata (“I’ll kiss the ground /I’ll tell my mother /I’ll tell my father/ I’ll tell my loved one /I’ll tell my brothers /How much I love them”) aggiunge il verso” I’ll tell my son”. Ovazione.

Atto Terzo: A Sky of Honey

L’atto conclusivo recupera un’altra suite con qualche integrazione, ovvero A Sky Of Honey tratto dal meraviglioso e futuro classico Aerial che nel 2005 segnò il ritorno sul mercato discografico dodici anni dopo l’ultimo lavoro in studio. E in questo segmento il cuore di mamma di Kate Bush regala al figlio molti più momenti, che qui interpreta il pittore protagonista della suite e addirittura si esibisce da solo con un brano inedito della madre tenuto sin’ora nel cassetto (anche se qualche live recording precedente pare esistere), ovvero  Tawny Moon: si sente che il ragazzo è ancora acerbo (un po’ come Natashya Hawley, figlia di un’altra madre premurosa come Tori Amos che fece cantare la ragazza ancora non proprio pronta nell’album Night of Hunters e con maggior successo nel successivo Unrepentant Geraldines) ma comunque buon sangue non mente. Buona interpretazione perché il famoso Bertie che proprio in Aerial ha un brano-madrigale a lui dedicato e che venne tenuto nascosto per anni assieme alla gravidanza della Bush ha le stimmate del performer, con un brano piacevole giocato sugli stop and go.

Il concept originale di A Sky of Honey parlava di una giornata che dal pomeriggio va al mattino successivo, in un loop che può diventare infinito: in questo segmento troviamo anche qualche cambio di arrangiamento come nella coda inedita e scatenata di Prologue, alcune nuove timbriche di An Architect’s Dream, The Painter’s Link più melodica e cantabile,  una Sunset meno lounge ma che salva comunque il finale flamenco e una Somewhere in Between più ritmata (con l’aggiunta di nuovi versi finali in italiano). Queste modifiche fanno sì che i brani possano tirare fuori maggiore forza dall’esecuzione live, come la monumentale Aerial che libera le sue potenzialità dal vivo in una esplosione finale, culmine di una jam session scatenata. E alla fine a sorpresa arriva un brano dall’ultimo album in studio 50 Words of Snow, la torch song sulla solidarietà tra amici Among Angels in cui forse per la prima volta in tutto lo show Kate Bush è da sola con il suo piano: una scelta non banale e di impatto per concludere la scaletta. Arriviamo così all’ultimo brano, un classico come Cloudbusting ed un ritorno a Hounds Of Love, disco molto coccolato in questo evento. Una canzone dedicata al controverso padre della teoria orgonica Wilhelm Reich, lo psicanalista allievo di Freud, e che Kate Bush incentra sul rapporto tra un padre e un figlio e su quanto possa essere importante il primo per il secondo. E sembra quasi che ci possa essere un riferimento alla Bush madre e genitore, quasi voglia rappresentare in questo finale la dimensione famigliare che è diventata se non esclusiva almeno fondamentale nella sua carriera.

Qui si conclude uno spettacolo unico e monumentale, un’ode più che una celebrazione alla carriera di una artista che dall’alto della sua grandezza ha l’umiltà di chiudere lo show rivolgendosi così al pubblico che la osanna:” I will always remember this, thank you so much”. Sipario.