Per molti fare un disco è un puro esercizio di tecnica, mettere in pratica nozioni e studiare l’opera nei minimi dettagli e confezionare un prodotto perfetto. Per altri è una catarsi, significa evocare fantasmi e fare a pugni con le ombre del nostro animo, perdere e rialzarsi, urlare il fallimento e piangere la sconfitta. Essere soli e distrutti, cercare un foglio bianco dove gettare i pezzi e urlare. Questo è stato per il nuovo disco di Julien Baker, ventiduenne di Memphis che trova sulla sua strada il secondo disco da solista: Turn Out the Lights.
Intimo e devastante, una continua lotta tra disperazione e sentimenti urlati.

But there’s a comfort in failure
Singing too loud in church
Screaming my fears into speakers
‘Till i collapse or I burst
Whichever comes first

Spegnete le luci e dimenticate i canoni standard della canzone. Nessuno ritornello arriverà a farvi cantare, nessuna struttura sosterrà il peso emotivo di questo disco; c’è solo Julien che racconta se stessa, con la sua chitarra che a volte si tramuta in un dolce pianoforte e viene accompagnata dolcemente da archi, la voce della ragazza a tagliarci in tanti minuscoli pezzettini. Shadowboxing è una danza, non un semplice pezzo, lenta e repressa di lei che cerca di esorcizzare le ombre che le si presentano davanti, una matta agli occhi di chi la guarda, finché il lamento non esplode in un grido disperato negli ultimi versi.

Il pianoforte che si innesta nella fine è il preludio della dolce preghiera centrale del disco, ovvero Everything That Helps You Sleep. La preghiera ad un Dio che non si riesce a raggiungere, fermare questo vuoto che riecheggia nel corpo e si fa vuoto dell’anima, amplificando i suoni e i dolori. La pienezza degli arrangiamenti con l’aridità dei messaggi contenuti nei testi è il punto forte di un disco che non vuole esplodere ma mantenersi su una strada piena di nebbia e freddo.

What it’s like to be empty?
Full of only echoes
And my body caving in
A cathedral of arching ribs
Heaving out their broken hymns

Alla fine sentiamo anche noi quest’inadeguatezza, questo lento scorrere dei giorni e della corrente che cerca di trascinarci a fondo mentre noi tentiamo disperatamente di raggiungere la superficie, ad ampie bracciate come in Sour Breath. Gli arpeggi e gli eco distanti ci trascinano sempre più giù e stiamo perdendo tutto.
Non è un disco, quello che confeziona la nostra Julien, è un trattato sui demoni e l’inadeguatezza; sul non sentirsi accettati e sul combattere battaglie fatte di ombre e gridi lancinanti.
È il lasciarsi andare alla corrente per risalire e respirare ancora.

Oh the harder i swim, the faster i sink