Nel panorama delle cantautrici che sussurrano le loro melodie su scarni arrangiamenti fingerpicking Julie Byrne rappresenta una delle ultime arrivate, con all’attivo un album e mezzo visto che il precedente Rooms With Walls and Windows potrebbe essere definito un mixtape di brani registrati tratti da vari demo amatoriali. Not Even Happiness ci fa conoscere meglio la cantautrice americana, che in questo brevissimo album (giusto 9 brani per poco più di mezz’ora di musica) ci prende per mano e ci accompagna nel suo mondo, che come è facile intuire non è un tripudio di colori sgargianti ma un landa malinconica e riflessiva. In un settore, un genere come quello dell’alternative folk  frequentato a vari livelli e varie gradazioni da colleghe come Laura Gibson, Emily Jane White, Marissa Nadler e via dicendo per riuscire a distinguersi bisogna mettere tutto sé stesse all’interno della propria produzione, senza infingimenti: la personalità quindi, oltre al talento.

Julie Byrne fortunatamente ha la stoffa per realizzare qualcosa di valore: autodidatta, impara a suonare la chitarra seguendo le orme del padre, specializzato nello suonare lo strumento pizzicando le corde e che in seguito ad una malattia vide impedita questa sua capacità. La musica di Julie è quindi un omaggio al genitore, come lei stessa ha riconosciuto, ed è anche un modo per raccontarsi, in particolare la sua vita a New York che lei giudica alienante eccetto Central Park, dove arrotonda facendo la guardia stagionale: il locus amoenus in cui ritrova la dimensione a lei più congeniale.

Follow My Voice, il brano che apre Not Even Happiness, parla proprio di questo e della solitudine come condizione in cui si possa finalmente essere sé stessi  (“I got a complicated soul / To me, this city’s hell  / But I know you call it home / I was made for the green / Made to be alone”), ma non solo. Follow my voice è come ha dichiarato Julie Byrne “un appello a coloro che vivono un momento di difficoltà a non essere sopraffatti dalla paura”: paura di rimanere da soli, di essere mal interpretati, di vedere equivocate le proprie azioni e le proprie posizioni, le proprie parole quando invece si hanno le giuste intenzioni. E’ la paura di respingere le persone nostro malgrado, che ci porta a comportamenti da cui vorremmo prendere le distanze: il tutto dispiegato in un brano animato dai delicati arpeggi di chitarra che emanano calore, da una voce è sussurrata e diafana, in cui le pause assumono lo stesso peso delle melodie in questa apertura acustica. E qui Julie Byrne dimostra una buona capacità di scrittura confermata anche nel resto del disco, come nelle gentili melodie acustiche della successiva Sleepwalker, che rieccheggia il passato da girovaga della cantautrice, metafora di un animo tormentato (“I crossed the country and I carried no key / Couldn’t I look up at the stars from anywhere? / And sometimes I did, I felt ancient / But still I sought peace and it never came to me”).

Intendiamoci: in Not Even Happiness non c’è nulla di rivoluzionario né novità sconvolgenti che possano cambiare il corso dell’alternative folk;  ci sono momenti che ricordano la decana del genere Vashti Bunyan, e ne è una prova la gentile, garbata e piacevole Melting Grid, con l’intromissione del flauto suonato da Michele Finkelstein, mentre altri si avvicinano a Alela Diane senza la sua potenza drammatica ma regalando comunque delle eteree e piacevoli melodie dal  sapore autunnale e crepescolare come in Natural Blue,  una pavana acustica sorretta dagli archi.

Tuttavia se dovessimo usare un aggettivo per descrivere Not Even Happiness sarebbe delizioso, situandosi un gradino sopra a quel folk cantautorale buono solo per fare da sottofondo senza disturbare né distrarre troppo. Julie Byrne con il suo fingerpicking, i cori riverberati (Morning Dove), le allusioni ambient (Interlude) e anche un po’ trip hop (I Live Now As A Singer) si dimostra comunque una artista che potrà d’ora in poi permettersi  “di vivere come una cantante”, di basare la propria vita sul suo mestiere dopo tanto vagabondare (“And yes, I’ve broke down, asking for forgiveness / When I was not close to forgiving myself / And I have dragged my life across the country / And wondered if travel led me anywhere / There’s a passion in me, just does not long for those things”, canta nella confessione di I Live Now As A Singer), perché nella sua musica ci mette la propria anima regalando all’ascoltatore una mezz’ora piacevolmente malinconica.