È facile paragonare ogni artista o gruppo Hip Hop sperimentale ai Death Grips (e in molti casi anche giusto), ma se si parla di JPEGMAFIA questo paragone perde ogni significato. Ascoltando questo artista e, in particolare, il suo ultimo lavoro, Veteran, si capisce che per Peggy l’ispirazione non viene che da se stesso, soprattutto grazie al suo approccio unico e inconfondibile che gli fornisce un posto solido e quasi isolato nella scena.

Nel complesso l’album è nettamente diverso dal precedente, meno duro nei suoni e notevolmente più melodico, senza però perdere quella sperimentazione che l’ha distinto finora e, anzi, spingendosi ancora più oltre. Nel corso del disco un punto fondamentale sono i bassi, quasi sempre preponderanti nelle tracce, ma ciò che più del resto suscita curiosità è l’uso della voce in sostituzione di alcuni strumenti: Peggy usa urla, lamenti e vocalizzi per comporre molti dei suoi beat, effettandole a dovere per renderle quasi indistinguibili da una distorsione o un sintetizzatore. Le batterie sono un’altra delle caratteristiche chiave dell’estetica sonora del progetto: rigorosamente off-tempo e difficili da prevedere, quasi cacofoniche a primo impatto, ma sempre più ipnotiche e trascinanti mano a mano che si procede con l’ascolto.

Alt-right want war, well that’s fine then
Bitch niggas in the way, well that’s common
White boys getting mad cause of my content
Y’all brave on the web, keep it in the comments
Sock it to a nigga like Mankind
And motherfuck that flag nigga, we dying

Gli argomenti sono i più disparati: politica, violenza, etnia, gentrificazione e cultura popolare, senza risparmiarsi un po’ di introspezione, tutti affrontati con un’ottima tecnicità ma senza mostrare troppo attaccamento al tema in sé. Anche nei momenti più personali, infatti, non emergono molti sentimenti, ciò che traspare è soprattutto un senso di rabbia e di urgenza, come se sfogare i propri pensieri fosse una necessità, un bisogno istintivo e ferale piuttosto che una confessione.

Real Nega prende subito alla sprovvista: Peggy usa la voce di Ol’ Dirty Bastard come campione messo in loop per creare il beat e la batteria –pesante ma veloce– bombarda l’orecchio con un effetto all’inizio di disorientamento, che poi cede il posto a un acuto senso di forza e di movimento dalla spiccata estetica tribale. Il testo è carico di frecciate ad altri artisti e non solo, con un flow aggressivo e camaleontico.

And I’m getting Wilder, shoutout to Deontay
Country niggas booming Peggy, I’m the new Beyoncé
Devil on my entrée, cut like Dante
Promise I will never go blonde like Ka- (hold up!)
Promise I will never go blonde like Kanye?!

Un altro beat estremamente interessante è quello di Baby I’m Bleeding, costituito solo da una voce che emette letteralmente due note e una batteria in costante cambiamento che, nonostante il suo minimalismo, coinvolge grazie alla complessità della sua struttura e al suo sound lo-fi. Il testo è un flusso di coscienza incredibilmente violento che non disdegna la critica nei confronti di altri “colleghi”: particolarmente dura è, infatti, quella a Kanye West per aver supportato Donald Trump.

Crackers keep calling me Aces
I put the spade on hook
All of you yuppies is pussy
You ain’t never hit a jugg
Ain’t no money on your books
I put Lemmy in the grave
I push the golden gun up on ya braids
Pew! Fade

Panic Emoji è la traccia più particolare dell’album, con un’estetica che rimanda alla Trap, ma dal testo profondo e carico di negatività: attacchi di panico, depressione e pensieri suicidi infestano il brano per poi rivelarsi nel finale come effetto della “Grey Death”, un mix di droghe altamente letale. L’intenzione di Peggy è chiara: ritrarre una situazione tanto nascosta quanto reale che non va assolutamente ignorata.

Un basso pesante ma avvolgente è il punto centrale di Williamsburg, dal sound meccanico e a tratti invernale tempestato di distorsioni. Il tema è la gentrificazione che ha come punto focale il quartiere omonimo; Peggy esprime la volontà di “riprendersi” quei quartieri o, più semplicemente, di lasciarli ai precedenti abitanti.

You yuppies ain’t real
Let you live for a fee
We taking Brooklyn back
You can leave the coffee
And you coons dying to
Word to Charles Barkley

Un album che sicuramente non è per tutti, sia per il suono così complesso e sperimentale che per i testi crudi e violenti, ma che senz’altro dimostra una creatività e una capacità impressionanti. Se al primo ascolto, infatti, il tutto sembra casuale e senza una direzione, a mano a mano che lo si analizza, questo disco appare come un lavoro estremamente curato e intelligentemente eseguito, consacrando JPEGMAFIA come uno degli artisti più creativi e rivoluzionari di questa generazione.