Probabilmente Jon Hopkins l’ha scelto durante un trip psichedelico sotto l’effetto di chissà quale fungo allucinogeno agguantato, fra una sessione di registrazione e l’altra, in chissà quale sobborgo londinese, ma a noi piace pensare – e sicuramente anche a Jon – che singularity, il concetto di singolarità, abbia qualcosa a che fare con il disco a cui dà il nome. Peccato che “singolarità” significhi tante cose molto complicate, e quindi ci affidiamo alle altissime competenze della somma Wikipedia per una breve definizione della sua accezione “spaziale” (la copertina del disco, bella ma banale, ce lo chiede): Una singolarità gravitazionale è un punto in cui la curvatura dello spaziotempo tende a un valore infinito [come un buco nero N.d.R.].

Un titolo importante per un disco importante, non solo per la carriera di Jon Hopkins, arrivata a un punto fondamentale, ma soprattutto per il mondo dell’elettronica, alla ricerca di nuovi padrini che sappiano sperimentare senza schifare il pubblico. Un disco con un macigno da portare sulle spalle: un’enorme eredità chiamata Immunity. Jon Hopkins sa di dover fare i conti con quel progetto che nel 2015 l’ha lanciato verso le vette dell’elettronica e decide di continuare il percorso intrapreso: una scelta conservativa e rischiosa allo stesso tempo, che ha portato a risultati molto altalenanti.

Già dalle prime battute di Singularity ci si sente a casa. Una casa in cui regna l’equilibrio fra sperimentazione sonora, melodie accattivanti un po’ ruffiane e voglia di organizzare un rave: Brian Eno che incontra i Coldplay a un dj set di Four Tet (tre dei tanti musicisti con cui Hopkins ha collaborato). La prima traccia del disco, nonché title track, si apre fra sintetizzatori che riempiono lo spazio sonoro e un lento arpeggio che lascia poi il campo a percussioni e beat sincopati. Ma era solo un’introduzione. Ad aprire davvero i giochi ci pensa “Emerald Rush”: e sembra davvero di ritrovarsi in un’altra dimensione plasmata dall’elettronica e dalla melodia del basso in dialogo con la cassa in quattro quarti, su cui si intrecciano pad eterei e i più disparati frammenti di materia digitale. La seguente “Neon Pattern Drum” sembra quasi la coda del brano precedente, di cui riprende il ritmo e qualche accenno melodico, ma qui Hopkins sembra più lavorare per sottrazione che per addizione.

Il fil rouge che unisce Singularity con Immunity emerge definitivamente con “Everything Connected”, un viaggio lungo dieci minuti che rimescola gli stessi ingredienti con un risultato che si avvicina, ma senza riuscire a toccare, la grandezza di brani come “Open Eye Signal” o “Collider”. Per riprendere fiato, proprio al centro del disco, c’è “Feel First Life”: torna il piano, che finora aveva fatto solo qualche comparsata qua e là, e arriva, un po’ a sorpresa, un coro di quindici elementi a inondare di frequenze più dolci e morbide le orecchie dell’ascoltatore. Si è aperta la seconda parte del disco, e già nella successiva “C O S M”, una specie di jam spaziale che sembra non avere una direzione precisa, ci accorgiamo che qualcosa è cambiato: tutto sembra più spento, più calmo e meno chiassoso. È il gioco delle opposizioni che Jon Hopkins conosce bene, l’equilibrio non sonoro ma strutturale fra le cavalcate techno e gli spunti modern classical che hanno fatto la sua fortuna.

Ma stavolta qualcosa non funziona. Nel precedente Immunity la struttura del disco influenza le diverse parti da cui è composta. Il tessuto che scaturisce dai rapporti fra i brani, fra quello più ambient e quello più ritmato, è proprio ciò su cui i brani poggiano il loro essere. È nella forza creatrice delle differenze che Hopkins ha trovato la formula magica. Una formula che in Singularity non funziona. Ed ecco che il penultimo brano “Luminous Beings”, preceduto e seguito da due discrete composizioni, “Echo Dissolve” e “Recovery”, dominate dal minimalismo e dalle note sussurrate del piano, il ritmo cresce e decresce per quasi dodici minuti senza riuscire a trovare davvero un motivo per farlo, proprio per colpa della debolezza della seconda parte del disco, che si riflette inevitabilmente anche nella prima parte (anche perché l’ultima nota dell’ultimo brano di collega, creando un loop, con la prima all’inizio di “Singularity”).

Jon Hopkins sembra quindi non essere riuscito a mettere a fuoco l’obiettivo. O forse non voleva mettere a fuoco proprio un bel niente, ma semplicemente creare un flusso sonoro in cui immergersi e meditare: il recupero post-rave più che il rave in sé. Al netto di tutto ciò, nonostante i buoni spunti dei primi brani, Singularity non impressiona né per innovazioni nei suoni e nella composizione né per trovate melodiche particolari. Il produttore londinese si accontenta del minimo indispensabile, ma anche così riesce a tirare fuori un disco prodotto in modo strabiliante e piacevole da ascoltare. Al prossimo giro, però, bisogna andare avanti senza guardare indietro.