Il maestro John Carpenter torna con un secondo volume di quello che è stato Lost Themes che aveva sancito il suo ritorno come compositore, atteso soprattutto dagli appasionati del suo cinema, campo dove da sempre fa da colonna portante nel genere horror. Ricordiamo Dark Star, Distretto 13, 1997: Fuga da New York, tra le sue pellicole più annoverate. Ma Carpenter ora è a parlarci con musica alla mano e con Lost Themes II riprende con quel che ci aveva lasciato, col suo fare visionario, contemplativo, utopista, a tratti mistico, scaraventando in faccia all’ascoltatore il suo gusto per l’immaginario tipico di ogni sua composizione che si rispetti.

Questa volta, però, la sfida è davvero difficile con quel che è stato il suo glorioso passato. Se nel 2015 Carpenter non aveva fatto altro che sottolineare la sua maestria, riconfermandosi il mostro sacro di sempre, questa volta ad attenderlo sono le grosse aspettative che giravano attorno a questa sua ultima uscita. Ma, come al solito, assumendo i panni di vate della composizione, non delude nemmeno questa volta. Carpenter apre il disco prendendo subito in mano la situazione, Distant Dreams è infatti un incalzare di ritmi conditi da palpitazioni elettroniche che suscitano subito agitazione e frenesia. La stessa che viene incredibilmente frenata in pezzi come Dark Blues e Bela Lugosi dove la smania si interrompe e viene sostituita da rallentamenti improvvisi, al limite dell’ansiogeno, avvolgendo l’ascolto in velo di mistero e inquietudine.

Le atmosfere si cambiano decisamente in pezzi come Utopia Facade, Windy Death e Angel’s Asylum: prendono il sopravvento ambientazioni e scenari gotici, malinconici, pesanti e a tratti inaspettatamente popolari in senso lato. Il tema scelto per l’album è una sorta di mondo perduto, nefasto ma anche fantastico e sognante. Con Carpenter a fare da traghettatore trasportarsi in posti lontani è un’esperienza semplice e svuotante allo stesso tempo. Lost Themes II conferma tutte le aspettative e consolida tutte le convizioni che da decenni gli appassionati e non hanno di questo eclettico artista. Le atmosfere sono esattamente le stesse di dove eravamo rimasti un anno fa, facendo di questo disco un lavoro omogeneo, con un filo logico.

Forse non stiamo parlando del disco più importante della carriera del suo autore e nemmeno di uno dei dischi che più ameremo di questo 2016, anche solo per il semplice fatto che certi suoni e intensità emotive contenute al suo interno appartengono ad un mondo (e ad una scena musicale) oramai molto distante dai canoni odierni del music-making. Era necessario però un segnale come questo da parte del suo autore; qualcosa che ci ricordasse che anche le leggende sanno riconfermarsi nel tempo e che il fare musica non si debba limitare ad un semplice album di successo; bensì ad un’intera carriera che abbia sempre una destinazione chiara e precisa. Potremmo scagliarci contro Carpenter in qualsiasi modo; dargli del vecchio e del finito, dire che la sua musica non interessa più a nessuno, oppure semplicemente cercare di smontare le sue canzoni (che ricordiamolo, hanno un taglio molto 70’s) una ad una; magari riuscendoci pure. Ma accusarlo di non avere cercato di reinventarsi e di non essersi mai espresso al meglio questo no. Questo davvero non glielo possiamo dire.

 

Andrea Irace