Le quote rosa nell’elettronica rappresentano probabilmente uno degli argomenti di dibattito più noti (e triti) degli ultimi anni. Che si tratti di semplice sotto-rappresentazione nei cartelloni dei festival più generalisti (giochino per l’estate: prendete la line up di un’edizione a caso del Tomorrowland, tirate una bella linea col pennarello sopra a tutti i nomi dove non compare nemmeno una coppia di cromosomi X e ammirate la desolazione che resta), o di paternalismo (leggasi: la serena condiscendenza di qualsiasi fonico maschio che spiega alla dj, femmina, l’esatto funzionamento dell’attrezzatura da lei scelta, acquistata e messa in piedi), le donne sembrano condannate a vivere ai margini dell’impero dell’elettronica ancora per lunghi anni. A meno che non siano disposte ad accettare scomodissime posizioni borderline tra l’icona e il trofeo (ciao Nina, ti penso sempre).

Naturalmente la verità delle cose non poteva che posizionarsi lontana anni luce da una semplificazione così brutale.

Jlin, nata Jerrylinn Patton, insieme a gente come Maya Jane Coles, Kim Ann Foxman, Fatima Al Qadiri (ma anche la più celebre Grimes, la quale ha sempre sottolineato il suo ruolo di produttrice esclusiva della propria musica), non ha mai abbandonato la prima linea. Nata nell’anonima cittadina di Gary in Indiana ma con la testa a Chicago, il suo debutto per la prestigiosa Planet Mu con il singolone Erotic Heat l’ha consacrata immediatamente come una delle pedine più intraprendenti sullo scacchiere del footwork, tanto da guadagnare la stima incondizionata di illustri ambasciatori del genere come RP Boo, Dj Spinn, e del maestro Dj Rashad, prematuramente scomparso nel 2014.

Pur apparendo statico nelle produzioni, il footwork ha saputo evolversi con discrezione, traendo ispirazione dalla più fortunata (almeno in Europa) corrente jungle. Il tempo necessario a metabolizzare la musica di Jlin è un po’ la controprova della qualità altissima delle sue produzioni, iconoclaste al punto tale da rinunciare totalmente al sampling. Una scelta questa nata quasi per caso, dalla domanda spontanea di uno dei suoi più fidato dei collaboratori. “A chi vuoi somigliare?” le ha chiesto una volta sua madre, la risposta è più che ovvia: nessuno oltre me stessa.

Rispetto al suo predecessore, l’elettronica potente, quasi marziale, di Dark Energy uscito nel 2015, Black Origami, anticipato dall’uscita a Febbraio di un EP quasi propedeutico, Dark Lotus, pone ancor più l’accento sulla capacità di Jlin di trarre il massimo profitto tanto dal singolo suono quanto dall’assenza di questo. Black Origami, irrobustito da collaborazioni del calibro di Holly Herndon e William Basinski, è un disco in cui il gusto per l’ evoluzione stratificata del suoni si allontana parzialmente dal manierismo digitale di Dark Lotus per assumere un carattere più morbido, quasi umano.

La sinergia creativa trovata con Avril Stormy Unger, coreografa indiana di Bangalore, sembra quasi aver trasmesso alle complesse architetture soniche di Jlin un carattere contemplativo da wanderlust. L’Africa e l’India, richiamate costantemente nell’esotismo della paletta sonica delle percussioni e dalle campionature (sul filo del kitsch in verità) di elefanti e altre meraviglie da souvenir, rappresentano la chiara fonte di ispirazione del disco nella stessa misura in cui lo era la Cina nel bellissimo Asiatisch di Fatima Al Qadiri (uscito per Hyperdub nel 2014).

Che sia lecito parlare di psicogeografia o meno, il viaggio, che in un certo senso è di per sé sinonimo di ispirazione, è il concetto che più si avvicina alla contemplazione fine a sé stessa raccontata da Black OrigamiNyakunya Rise e Kyanite, le due tracce più cinematografiche dell’album, riescono a trasformare l’ (apparente?) incompiutezza in un punto di forza, sganciandosi dall’etichetta fastidiosa di meri “esercizi di stile”. Allo stesso modo, in Holy Child, prodotta insieme a William Basinski e dedicata al mentore Dj Rashad, come in una fuga immaginaria da qualsiasi forma di melodia definita, Jlin riesce a restituire la natura ambigua tipica del ricordo.

1%, prodotta insieme a Holly Herndon, è (e di questo non c’è da stupirsi) uno dei momenti più sintetici di Black Origami, scandito da vocals dal sapore posticcio che fanno crescere la sensazione di frustrazione del brano fino ad un climax che non arriva mai (marchio di fabbrica di entrambe le produttrici).

Challenge (To Be Continued), pezzo preferito dalla Patton, è la parata maestosa che chiude il cerchio, opulenta e sfuggente come in un film di Satoshi Kon: sapreste dire con esattezza quando tutto è iniziato? Per Jlin la spinta creativa deve partire dal niente, come un origami. E’ una creazione complessa con un’identità propria eppure tutto comincia con un foglio bianco.

E resta un foglio bianco.