Dopo la sbornia anni 80 del self-titled del 2013, Jamie Lidell rispolvera il sound r’n’b e soul approcciato in maniera a volte implicitamente a volte più direttamente nel corso della sua carriera. L’occasione è data da un album particolarmente personale, influenzato dalla nascita del primo figlio e con i testi scritti in collaborazione con la moglie.

Per l’ex Super Collider questo disco rappresenta una nuova pagina non solo della sua vita ma anche della sua carriera: si tratta del primo lavoro pubblicato sotto una etichetta che non è più la Warp Records per cui ha lavorato sin dal suo debutto solista nel 2000, ma questo non significa che Jamie Lidell si discosti da uno stile musicale soul e r’n’b che ha più o meno coltivato durante la sua carriera; anzi, a ben vedere, per l’artista di Huntington Building a Beginning fissa un punto fermo nella ricerca stilistica da cui, come suggerisce  il titolo e come ha dichiarato lui stesso nelle interviste di lancio, ripartire.

Nel bridge dell’opening e title track  canta infatti “My dreams just over, over the horizon / I can feel the light in me / And i know, yeah i know/ I have ,the energy / (Yeah) to be”,  nella cornice di una smooth ballad dove sentiamo un Jamie Lidell a suo agio in una veste musicale soul e r’n’b che gli appartiene, considerando anche il dono di una straordinaria voce purtroppo sottovalutata nell’ambiente musicale. Lidell in questo album sembra aver trovato la serenità di chi si sente finalmente realizzato dal punto di vista artistico e personale: “There’s no way I can erase who I’ve been/ There’s no way to obscene things I’ve said/ Now you’re hearing laughs at dreams/ And the only reality worth under standing” canta in Julian, brano funk pop che celebra la venuta al mondo del figlio, concludendo con un eloquente “Now my life’s worth living”. Che Jamie Lidell sia felice con la sua nuova vita lo si deduce anche dai titoli dei brani (Precious Years, Don’t Let Me Let You Go, How Did I Live Before Your Love, Me and You) che spesso offrono atmosfere mielate e serene cedendo a volte un po’ al volemose bene, ma possiamo anche chiudere un occhio al riguardo.

Un disco quindi che è un nuovo inizio per la carriere di Jamie, e che imposta dei punti fermi musicali omaggiando artisti come Al Green (Find It Hard to Say), Marvin Gaye (Me and You), Curtis Mayfield (Nothing’s Gonna Change, uno dei migliori brani) e così via. E così abbiamo power ballad come I Live to Make You Smile o ballate più classiche come la trascinante Motionless e qualche concessione al passato come Nothing’s Gonna Change e il singolo di lancio Walk Right Back, che sembrano uscite dal fortunato Compass del 2010. C’è spazio anche per il sapore reggae di How Did I Live Before Your Love, che si salva dalla mediocrità grazie ad un altro punto fondante dell’album, ovvero gli ottimi e curatissimi arrangiamenti (che vedono protagonisti la band di Lidell, i Royal Pharaohs e le apparizioni di Sam Sansone, polistrumentista dei Wilco, Sam Beste, già alle tastiere con Amy Winehouse e il basso di Pino Palladino), e la coda più crepuscolare e a volte più minimale delle conclusive Believe in Me, I Stay Inside e Precious Years, quest’ultima intarsiata con il pregevole timbro dell’arpa e dei violini.

La serenità familiare spesso può essere un rischio per l’ispirazione di un artista, che notoriamente crea il meglio quando il suo stato d’animo è più tormentato e depresso: Building a Beginning però non è un appiattimento rispetto all’onorevole passato electro soul di Jamie Lidell, ma come ha dichiarato lui stesso il soul nasce da qualcosa di personale, che ti rappresenta senza filtri e questo album si può definire al tempo stesso come summa della sua carriera e punto di inizio per quello che sarà in futuro; questo perché Building a Beginning ci regala un artista realizzato su tutti i piani e all’apice del suo percorso e della sua maturazione.