La grande delusione. Un titolo provocatore e veritiero. È successo davvero; James Blake ha sbagliato colpo. E in pochi se lo sarebbero aspettato. The Colour In Anything è il suo album del 2016, rilasciato a sorpresa la scorsa settimana dopo che per mesi interi si era vociferato un rilascio imminente di quello che allora era chiamato Radio Silence, un nome provvisorio che stava ad indicare questo nuovo disco. Stiamo comunque parlando di un lavoro che è stato esaltato un po’ ovunque, stampa internazionale, fan e fan dell’ultima ora. Un successo. No, non è vero.

The Colour In Anything si portava dietro un grande hype. E anche questo è vero. Ma ciò non basta a giustificare il totale “appiattimento” di uno dei progetti di musica elettronica più interessanti degli ulti i 10 anni. Per lui sono state spese migliaia di parole, centinaia di articoli, interviste e recensioni. Pure noi di Without Musicians abbiamo inserito il suo esordio omonimo tra le pietre miliari della storia della musica. Difficile dire a parole quanto abbiamo amato quell’album che, dall’introduttiva Unluck era un viaggio ipnotico in altre realtà. Insomma, a James noi gli abbiamo voluto bene. Ed è quindi con rammarico che scrivo queste parole.

Ma tornando a noi, il terzo album del giovanissimo producer londinese è un’opera radicalmente diversa rispetto a tutto quello che il suo autore ci ha fatto sentire fino ad oggi. Se James Blake -l’album- si fondava sul dualismo dubstep-soul, in questo disco vi è una assurda propensione verso la seconda anima. Ascoltandolo la prima volta verrebbe subito da chiedersi dove sia finita l’elettronica. Ed in effetti non c’è, o quantomeno la sua presenza è drasticamente limitata rispetto alle aspettative. Al suo posto prende il sopravvento un songwriting più essenziale e lineare -in certe situazioni quasi acustico- “addobbato” qua e la da “gingilli elettronici” (loop, campionamenti, ecc) della più varia natura.

Amo sempre gli artisti che cercano di dare una svolta alla loro carriera; ed è ciò che James Blake ha fatto. Ma una direzione chiara e precisa manca completamente in questa situazione. Il lavoro di Blake è semplicemente un’affresco monotono e scialbo di emozioni da cameretta, le stesse che avevano in parte nutrito la monumentalità silenziosa dell’esordio. Per lui si era coniato il termine Post-Dubstep ma in questa uscita discografica non c’è nulla di tutto questo. Non c’è la dubstep e non c’è nemmeno il tentativo di andare oltre qualcosa che già esiste.

A cospetto dei suoi 80 minuti il primo impatto non è dei migliori; anche perché è difficile stabilire esattamente quando finisca una traccia e quando ne cominci un’altra. In questo mare immenso di suoni dolci ed accoglienti l’unico elemento che verrà ricordato sarà quel pianoforte, ormai compagno di vita di Blake, che lo accompagna in ogni suo brano. È difficile trovare un brano che si elevi sopra la media delle altre canzoni, così come è piuttosto complesso indicare l’esatto opposto; ovvero le canzoni più deludenti. Pure la grande attesa collaborazione con Bon Iver non si può definire riuscita, dando quella costante impressione di essere pronta per esplodere in qualsiasi istante; senza poi mai farlo davvero. Nonostante ciò, stiamo parlando di uno dei pezzi più discreti, in cui si sente davvero un’anima soul, un’emozione vera anziché un leggero sussurro. Assieme a questa si distingue poi per ricercatezza Radio Silence; l’altra canzone più elettronica.

L’universo in cui ci immergiamo ascoltando The Colour In Anything è, paradossalmente più scolorito di quanto un nome del genere possa lasciare presagire. Il paradosso: la mia immaginazione ascoltandolo ad occhi chiusi mi riporta costantemente ad immagini nere, grigie ed in generale scure. James Blake era un album luminoso, fatto di acquerelli, questo invece è un semplice susseguirsi di situazioni ordinarie, atrofizzate, ripiegate su sé stesse all’infinito. Influenzato dalla collaborazione con Frank Ocean che si è occupato massicciamente del songwriting di molte di queste canzone; James Blake non riesce a restituire in sentimenti la sua grande passione per la black music con un cantato sommesso e freddo. Non colpa dell’elettronica, sia chiaro, anche perché lo stesso Bon Iver ha dimostrato ampiamente che quest’ultima può essere un mezzo incredibile per emozionare l’ascoltatore.

In definitiva The Colour In Anything è un album che sostanzialmente segna il declino artistico che già si era percepito nel precedente Overgrown. Sto parlando di un album a mio avviso piatto, scontato e prevedibile a cui manca completamente un’identità. Un tempo la dubstep del suo autore gli aveva permesso di creare un genere nuovo che oggi sembra essere perso nell’iperspazio cosmico. Certo, potrebbe essere un momento di transizione. Ma se non fosse così? Se questo di oggi fosse davvero il James Blake del futuro? Domande vaghe, scorrette, difficili. Ma non scontate. No quello mai. Quello che non sarebbe dovuto essere nemmeno James. Eppure..