Questa non è una recensione come tutte le altre. In primis perché parla di un non-disco scritto da un artista invisibile scomparso dalle scene sei anni fa e, di fatto, mai più tornato. Ma soprattutto perché parla di trentotto minuti di musica che hanno segnato in modo indelebile l’ultimo decennio, e che avrebbero potuto segnarlo ancora di più se nel 2013 qualcuno non avesse deciso di pubblicare online senza il permesso dell’autore un disco quasi concluso. Jai Paul c’ha messo anni a riprendersi da quello smacco, ma finalmente ha deciso di pubblicare in modo ufficiale tramite la fida XL Recordings Leak 04-2013 (Bait Ones), mantenendo l’ordine e lo stato dei brani della versione leakata e dando giusto una ripulita superficiale ai suoni. Un modo per fare i conti con il passato e per mostrare, anche a chi è stato distratto, un diamante grezzo e frastagliato che riflette un infinito spettro di contaminazioni sonore.

Nelle sedici tracce vive un mondo di influenze che vanno dal synth pop anni ‘80 ai Daft Punk, dall’R&B a Burial fino a Michael Jackson: un eclettico collage costruito su un’inscalfibile coerenza nella produzione, seppur incompleta. In “Str8 Outta Mumbai”, una delle tre tracce in versione definitiva del disco, sample e percussioni di musica indiana suonano sotto una pioggia battente di synth e drum machine, fra cui si fa spazio l’esile voce di Jai Paul. Un improbabile mix che suona maledettamente bene. Un mix anche di atmosfere, che si fanno più notturne e malinconiche, senza abbandonare mai una certa leggerezza di fondo, nella grooveggiante “Zion Wolf Theme”, e tornano più fresche e frenetiche in “Genevieve”, di cui rimpiangere fortissimo una versione rifinita.

Il primo impatto con lo stile di Jai Paul non può essere semplice. Il suo modo di approcciarsi alla composizione sembra non conoscere confini e regole di genere: chitarre e sintetizzatori si scambiano di ruoli, si rubano lo spazio a vicenda. Uno spazio costruito però su due elementi portanti, che emergono in modo particolare in “Crush” e “100,000”: melodie, soprattutto vocali, orecchiabili ma mai banali e un’incisiva sezione ritmica in perfetto equilibrio fra semplicità ed esibizionismo, elettronica e acustica. Una struttura solida che permette anche lievi cali d’ispirazione come nelle troppo statiche “Vibin'”, una jam estiva che passa senza lasciare il segno, e “Desert River”, una lotta fra martellanti bassi sintetici e le vaporose frequenze toccate dal cantato di Jai Paul.

Mancano all’appello, oltre ai brevi e godibilissimi intermezzi come “Raw Beat”, “Baby Beat” e “Chix”, i due soli brani rilasciati ufficialmente da Jai Paul fino a pochi giorni fa, “BTSU” e “Jasmine”, due monoliti venuti non si sa da quale era musicale, scritti trent’anni fa o anche fra trent’anni, atemporali come solo i classici sanno essere. E manca “All Night”, un caldo viaggio notturno fra suoni ovattati, ritmi timidi e indecisi: un altro dei potenziali, ma forse anche effettivi, capolavori che Jai Paul si è tenuto nel cassetto.

Ma in realtà da quel cassetto qualcosa è uscito negli ultimi anni. è l’eredità invisibile dell’invisibile Jai Paul, portata avanti da artisti come Fliyng Lotus e Nicholas Jaar, altri amanti dei confini porosi, delle contaminazioni indiscriminate. La musica, elettronica e non solo, è cambiata, grazie e nonostante Jai Paul, che però nel 2013 aveva già capito molto, forse più di quello che abbiamo visto finora, di ciò che sarebbe stato. Leak 04-2013 (Bait Ones) è stata una profezia violata, un furto di cui è difficile quantificare il valore. Forse non c’era altro da mostrare. O forse molto di più: sta a Jai Paul, tornato con due nuovi singoli, ma scritti sempre qualche anno fa, dimostrarlo.