Il tempo cambia, la strofa non si trasforma in ritornello, pensi “che succede?”, arriva un pianoforte, poi una distorsione e ancora dopo i bonghi. Infine la drum machine della prima strofa e alcuni samples. Boarding House Reach è più o meno così. Non del tutto certo, ma lo spirito segue questo stile.

Cos’è successo a Jack White? Probabilmente nulla, ma ascoltando i nuovi pezzi sembra sia impazzito mentre espora con i suoni una melodia dopo l’altra. Si poteva intuire dal singolo uscito l’anno scorso “Servings and Portions from my Boarding House Reach” che ha lasciato tutti un po’ perplessi. In realtà sembra stia facendo quello che vuole, senza paura di essere giudicato, registrando tutto quello che gli viene in mente. Inutile dire che fa bene.

Jack è un genio. Che sia con il piano (“Humoresque”) o con la chitarra (“Over and Over and Over”), nell’album salta da una genere all’altro, da ballate da ascoltare al tramonto come “What’s Done is Done” a brani molo più spinti come “Respect Commander”.

Ogni rockstar ha le proprie ossessioni, quelle di Jack White sono il colore blu, l’abbigliamento alla Tim Burton e il sound. In Boarding House Reach questa ossessione raggiunge un limite insuperabile. Ogni tanto ci si chiede “Ma come gli è venuto in mente?”, poi ci rassegna all’idea che quest’uomo è una delle figure più eclettiche della musica contemporanea.

Jack White è principalmente un musicista che fa musica per musicisti. Cito Jarmusch perché i due si conoscono molto bene: Boarding House Reach è un’opera che si avvicina molto al film Paterson. È stupendo, ma non per tutti. Perché è bellissimo sentire questi miscugli, questo disordine avere una forma, questi pianoforti sopra drum machine, synth insieme a chitarre fuzz, nessun vero ritornello, nessuna vera strofa. Questo però, tua nonna che guarda Sanremo non può capirlo.