Da sempre il talento crea aspettativa, soprattutto per un rapper che suo malgrado viene costantemente paragonato a Kendrick Lamar. Certo, la loro attitudine verso la musica e il modo di porsi nel farla possono essere simili e addirittura le loro voci si somigliano (anche se in questo caso ricorda più quella di Anderson .Paak), ma a J.I.D questo paragone sta decisamente troppo stretto. Il giovane talento scoperto e prodotto da nientemeno che J. Cole non punta a diventare “il nuovo Kendrick”, anzi non vuole prendere il posto di nessuno: è chiaro che vuole conquistare il suo proprio posto nella scena; un posto che solo e soltanto lui può occupare. DiCaprio 2 è la prova del talento, della passione e della “fame” di J.I.D, che non permette a nessuno, nemmeno al suo “mentore” di dettare legge sulla sua musica.

Nigga said, “J.I.D. so flame, I propane rap”
I’m from East Atlanta like Gucci and Travis Porter
But my story is similar to the hare and the tortoise
Pen so sharp told stories you thought I forged it

Il titolo del progetto può sembrare stupido, ma cela un messaggio ben preciso: proprio come l’attore che dà il nome all’album, il rapper è consapevole di non aver ricevuto il giusto riconoscimento per il proprio lavoro e che, se ciò dovesse accadere, sarebbe ormai tardi in un momento in cui non sarà più al top delle sue capacità. Come DiCaprio ha ottenuto un premio Oscar per un film nel quale non ha messo in piedi la sua miglior performance, così J.I.D riceverà le lodi che merita per un album che non esprimerà il massimo delle sue capacità.

Per quanto riguarda il sound, quest’album spazia dai banger con influenza Trap ai pezzi più riflessivi su beat dal suono più classico. Ciò che rimane costante e invariato è proprio l’artista che, strofa dopo strofa, continua a sorprendere con una tecnica magistrale carica di pathos, ottime figure retoriche e soprattutto un flow che lascia completamente senza fiato. Non si tratta solo di extrabeat (anche se il suo uso di questa tecnica farebbe impallidire anche Eminem) ma soprattutto di costanti cambi ed evoluzioni: ogni strofa contiene almeno cinque o sei cambi di flow e tutti avvengono con una naturalezza disarmante, come se fossero la normale e necessaria evoluzione dei suoi versi. J.I.D fa ciò che solo un vero maestro riesce a fare: far sembrare facile quello che facile non è.

Since you winning, you a object of ridicule
Objects appearing closer than you ready for
Obviously you don’t know what’s ahead
But that’s the reason you can work ’til you dead

La prima traccia, Slick Talk, è il perfetto esempio di questo e prepara l’ascoltatore a quello che sarà tutto il resto dell’album: J.I.D provoca gli altri rapper, li invita a sfidarlo, a superarlo, pur rimanendo più che certo di aver ben poca competizione in grado di preoccuparlo. Il beat non fa che amplificare questa sensazione di calma e giustificata arroganza mentre, verso il finale, sembra quasi impazzire nel tentativo di seguire il flow spezzato e acrobatico dell’artista.

Workin Out è senza dubbio la traccia più Soul dell’intero album, con un campione di pianoforte datato 1954 carico di emozione e incredibilmente pacato al tempo stesso. Qui il rapper, usando un flow calmo e a tratti cantato, esprime con tranquillità la sua delusione nel non ricevere un feedback adeguato alla fatica che lui impiega nell’impegnarsi sia a livello di carriera che di relazioni interpersonali; problemi che prescindono dallo status e dalla fama che riconosce di aver ottenuto.

Honestly, I know that just other day you was goddamn broke
Watch outside, that nigga shot them folks
Glock in ya ride, you gotta watch them folks
And the cops be wilding, we ain’t even provoke ’em
I remember being broker than I is right now
Tryna find a place to live, shit I’m is right now
In doubt of my next move, get a pill, bite down, find focus
I grab pen, it was poetry in motion

Una diversa prospettiva emerge da Just da Other Day, in cui J.I.D riflette sul suo successo arrivato così in fretta e su come vedere il suo passato così vicino gli ricordi che tutto quello per cui ha lavorato può essere perso in un attimo e, proprio per questo motivo, deve rimanere concentrato e continuare a lavorare a migliorare se stesso e la sua musica. La strumentale pesante comunica perfettamente questo senso di paranoia dato dalla costante presenza del suo passato.

Online beef, not my motif
.45 me, ta-ta, go sleep
Don’t mind little old me, lil’ OG
J.I.D, I came in on the boat, see
May I be the cold nigga with the most heat
Niggas know bro, you don’t know me

Le collaborazioni non sono particolarmente fondamentali, ad eccezione di due canzoni: Hot Box con Joey Bada$$ e Method Man e Off Deez con J. Cole. La seconda è molto interessante non tanto per l’argomento (il classico “Smettetela di criticare”) quanto per l’esecuzione: su un beat pesante ma movimentato che comunica un forte senso di urgenza, entrambi i rapper impiegano un flow estremamente veloce ma ben scandito con un extrabeat saltellante. Sorprendentemente questa traccia riesce a motivare Cole al punto di fargli scrivere la sua miglior strofa degli ultimi anni (almeno dal punto di vista tecnico), rendendo quasi incredibile l’idea che si tratti dello stesso autore di K.O.D..

C’è veramente poco che non funzioni in quest’album che dall’inizio alla fine intrattiene, fa riflettere e al tempo stesso comunica forza e indipendenza. Finalmente J.I.D riuscirà a liberarsi dalle fastidiose lamentele e dai costanti paragoni forzati senza cognizione di causa? Probabilmente non del tutto visto che molte delle critiche nei suoi confronti vengono mosse per partito preso, quello che si può affermare con certezza, però, è che il ragazzo ha più che ampiamente dimostrato di avere uno smisurato talento e, soprattutto, di essere qui per restare.