Lo ammetto, non è facile per me recensire nel 2016 un album dei cani. E’ difficile perché, nonostante tutto, con quel Sorprendente album d’esordio (che fece letteralmente esplodere la scena indie romana) un po’ ci sono cresciuto e un po’ perché, nonostante tutte le dicerie, Nicolò Contessa non ha esitato in questi anni a cambiare aspetto, forma e dimensione. Aurora è infatti un prodotto radicalmente diverso rispetto ai due album precedenti, sia del punto di vista sonoro che da quello lirico.

Piace o non piace? Probabilmente nessuna delle due. Perché se da un lato è vero che lo stile di scrittura dei cani si è decisamente assestato su uno stile più pop che cantautorale, dall’altro non bisogna certo sminuire un linguaggio musicale comunque fresco e divertente. Certo, in questo Aurora non troveremo le storie di provincia, i pariolini di 18 anni o i nati nell’89 che hanno reflex digitali, ma ormai forse non ne sentivamo davvero più l’esigenza. Al loro posto molti ritornelli pop -Non finirà- e qualche lapsus del passato -Baby soldato -.

E’ lodevole questo coraggio di cambiare da parte del cantante romano ma la nuova formula a cui è giunto con questa nuova esperienza è forse troppo scialba e scontata. Aurora è un disco divertente; è vero, ma tutto si ferma li perché questo nuovo e “leopardiano” Nicolò Contessa convince decisamente meno di quell’ironico cantautore che aveva ricreato un bellissimo spaccato di vita romana nel suo Sorprendente album d’esordio.

Veniamo da lontano
idrogeno e metano
e fulmini e saette e tempeste elettriche
veniamo da pozzanghere di brodo primordiale
di acqua e di ammoniaca e nucleotidi e dna
veniamo dagli scarti di qualche supernova
figli delle stelle ma lo sapevamo già
abbandonati in fasce su un giovane pianeta
inferno di vulcani ed eruzioni tossiche

Talvolta però il cambiamento non equivale ad un giudizio chiaro ed unanime. Se pensiamo agli arrangiamenti rumorosi e iper lo-fi del primo disco e poi ascoltiamo alcune canzoni di Aurora saremo presi da una certa diffidenza. E’ normale che sia così e forse è lo stesso Nicolò a volere che ciò accada, quasi a sottolineare quello  che è diventato oggi: un postcantautore? Francamente non credo. Perché, se è vero che forse questo suo nuovo volto appare più immediato e semplicistico, si potrebbe affermare con ragionevole certezza che nessuno sentiva nel 2016 la necessità dell’ennesimo album  che ripete sé stesso fino alla nausea. Un’evoluzione era certamente necessaria; anche se forse non erano questi i risultati auspicabili; o perlomeno lo sono solo parzialmente.

I dubbi su Aurora però non si esauriscono solamente da un punto di vista contenutistico. La produzione è infatti il vero tallone di Achille di album che, di per sé, qualcosa da dire lo avrebbe. Il punto è che questi arrangiamenti, che ricordano una versione povera degli MGMT, forse poteva essere di tendenza nel 2008; quando una buona parte dell’indierock si travestiva da festa per qualche serata e si divertiva a fare casino con i synth e la batteria elettronica.

Ciò non vuol dire che Aurora sia completamente da cestinare; in effetti qualche momento interessante c’è-Baby soldato su tutti- ma è innegabile che le ombre siano decisamente superiori alle luci. Nicolò ha preso la brutta tendenza che regna sovrana da diversi anni nel panorama indipendente italiano (che proprio qui ho smontato in 3 punti) di produrre canzoni con arrangiamenti finti e plastici e ciò, sopratutto di questi tempi dove chiunque con un minimo di creatività armato di macbook pro può produrre qualsiasi cosa, appare quantomeno ingiustificabile.

Aurora è un disco che piacerà a tutti, ai fan della prima ora che lo esalteranno come “l’ennesimo sorprendente album” e ai neofiti della scena indie italiana che si sentiranno dei veri e propri hipster nell’adorare queste vaghe e superficiali considerazioni universali. La verità è però una sola: Aurora ha deluso, se non tutti, sicuramente me.