I Had A Dream That You Were Mine è il primo lavoro di questo interessante duo, uscito a settembre via Glassnote Records. Ecco a voi i punti che seguiremo oggi per raccontarvelo:

CHI SONO HAMILTON LEITHAUSER + ROSTAM?

Uno ex frontman dei The Recoys e The Walkmen e l’altro ex membro dei Vampire Weekend, entrambi figure di spicco nel panorama indie rock internazionale. Un’affinità elettiva che trova le sue origini nel primo album solista di Leithauser, Black Hours, portando ad ottimi risultati fino a consolidarsi in una definitiva collaborazione. Due personalità forti, come si evince anche dal moniker, fiere della propria individualità ma non per questo restie nell’aprirsi alla visione altrui.
Il frutto di questo sodalizio è I Had A Dream That You Were Mine, di cui vi parleremo oggi.

AFFINITÀ ELETTIVA

È necessario fare una premessa. Non sempre, infatti, l’incontro di due grandi nomi provenienti da gruppi differenti riesce nel creare un prodotto omogeneo e armonioso senza scadere in virtuosismi o soluzioni tanto congeniali all’uno quanto inadatte all’altro. Un rischio presente in un album del genere, ma che fortunatamente viene evitato. In questo senso è lecito parlare di affinità elettiva, ovvero di un incontro tra due elementi complementari, di un’alchimia difficilmente programmabile a tavolino.
E la prova del nove è I Had A Dream That You Were Mine. Un disco dal sapore vintage che mette sul banco diversi elementi, tutti ad ogni modo funzionali e coerenti: dal doo wop al folk, passando per il baroque-pop fino al country. Pur pescando a piene mani dal passato (Leonard Cohen, The Flamingos tra gli altri) il suono risulta moderno e convincente. Un risultato cercato e frutto del sapiente lavoro di Rostam Batmanglij, polistrumentalista e deus ex machina del progetto.
Un vero e proprio tuttofare, che, oltre ad occuparsi delle produzioni, ha fatto anche da “editor” dei testi, come rilasciato in una recente intervista.
D’altro canto Leithauser, sfruttando il suo timbro unico, ci regala performance vocali di primo livello, degne della fama di una delle migliori voci rock degli ultimi vent’anni. La scrittura è semplice, piena di rime che ti entrano subito in testa, peccando tuttavia di profondità in alcuni casi.

IL DISCO: LE TRACCE MIGLIORI

Sono pochi e momentanei i passaggi a vuoto in un disco che per tutta la sua durata si mantiene su ottimi livelli. Alcuni brani, come è inevitabile che sia, spiccano sugli altri: tra questi abbiamo “Sick As A Dog”, pop-rock dal gusto retro. Su questa scia prosegue il doo-wop di “Rough Going (I Don’t Let Up)” che ci riporta direttamente in un saloon bar degli anni Sessanta col suo delizioso coro in loop (“Sha-doobie sha-doobie sha-doobie sha-doo-wop“) e si conclude con un liberatorio assolo di sax.
Altro pezzo forte del disco è l’iniziale “A 1000 Times”, primo singolo lanciato, in cui ritroviamo il verso che deve il titolo al disco. Si parla di un amore perduto, agognato a lungo. Il punto di vista, però, è distaccato, condito da un pizzico di ironia, come se si trattasse solo di un sogno infelice ormai appartenente al passato. Andando avanti nel testo vediamo come esso si arrichisca si ambiguità: il sogno è assillante e doloroso ma al tempo stesso di vitale importanza (“But I don’t answer questions, i just keep on guessing / My eyes are still open, the curtains are closing / But all that I have is this old dream I must have had“).
Ottimo il folk di “In A Black Out” (utilizzato tra l’altro in una pubblicità per l’iPhone 7) in cui Leithauser racconta della semplice vita in un paesino sconosciuto e senza nome (“Midnight where we used to dance / Underneath the ugly halogen lamps / Oh, it all went away so fast / In a black out“). L’attacco ricorda l’Eddie Vedder di Into The Wild salvo poi spostarsi su differenti binari, meno scarni, più ovattati. Qui la voce di Leithauser raggiunge uno dei momenti più toccanti del disco.
Un altro colpo di classe è la conclusiva “1959”, traccia più sperimentale del disco, che vede un pianoforte leggero (l’effetto è come quello di un carrillon) supportato da archi e impreziosito dal contributo vocale di Angel Deradoorian.
L’apice  è raggiunto nella splendida ballata chamber-pop di “When The Truth Is..” in cui placidi riff seguono il racconto di un amore impossibile: “Oh I’ll always be lonely / And you’ll never hear the truth“.

VOCE E MUSICA: TRA LA TERRA E IL CIELO

In I Had A Dream That You Were Mine si coniugano contemporaneamente suoni semplici e crudi con atmosfere eteree. Due estremi che, una volta coniugati non stonano combaciando perfettamente tra di loro. Il discorso vale tanto per Leithauser quanto per Batmangalij. Se da un lato il primo gioca con la propria voce ora delicata ora urlata, il secondo accosta i suoni sognanti di organi e sintetizzatori (ma non solo) a chitarre e batterie scarne e ruvide librando momentaneamente l’ascoltatore per poi riportarlo subito coi piedi per terra. Un effetto singolare applicato con successo.

CONCLUSIONI

I Had A Dream That You Were Mine cattura subito con il suo sound semplice ed immediato ma non per questo privo di spunti di spessore, presentandosi come un’altra piacevolissima sorpresa in questo 2016.
Spicca nel panorama indie rock con una formula unica, pur non avendo in sostanza nessuna grande novità, e rivisita il passato riuscendo nel creare qualcosa di personale e al passo coi tempi. La bravura di un artista sta anche e soprattutto in questo e i due signori in questione ne hanno parecchia.

Cosa stavate aspettando?

Filippo Greggi