Sono passati cinque anni dall’ultimo lavoro in studio dei Grizzly Bear che porta il nome Shields, cinque anni dove il quartetto di Brooklyn si è dedicato moltissimo ai progetti paralleli dei singoli membri; poi il 18 Agosto, come già abbondantemente annunciato, viene pubblicato Painted Ruins, album che segna il ritorno di Droste e compagni sotto l’ala protettiva della major RCA.
Ma come va visto questo disco, come va ascoltato?

You move on again
See that time to flee again
You always make it alright
Is that the way it is?
Let’s get along again
You know your move around the bend

Sicuramente questo disco possiede molto meno impatto fisico del precedente Shields, però possiede la forza per stupire a livello sonoro; prendiamo, per esempio, il primo singolo Three Rings: un crescendo straniante sostenuto da Synth, dove la voce di Droste sovrasta e da una linea al brano(ma anche all’album intero), permeando l’intera trama della canzone con un romanticismo mai opprimente ma sempre presente; delineando anche la forma dei testi che prediligono i finali aperti, con domande che galleggiano, mai concluse.

Il lavoro dei Grizzly Bear è variegato e da guardare(ed esplorare) da varie angolazioni; è frutto non di una seduta a tavolino dove finchè i pezzi non prendono forma nessuno si alza, bensì di un lavoro staccato e riportato all’interno della band dove tutto poi va a subire le influenze del collettivo ma lascia integro lo scheletro iniziale.
Così accanto al singolo d’esordio troviamo la squisita Morning Sound, brano estremamente pop e completamente opposto al crescendo elettronico dei Synth. È come girare l’angolo di queste rovine ed iniziare un nuovo stile, trovarsi di fronte un nuovo tratto.

Move too fast
Here we are
Can’t let go
Take the past
Own your scars
Let it show

Una cosa possiamo affermarla con certezza: Painted Ruins è l’album più personale della band di Brooklyn. Il discernimento di Losing All Sense è il passo in avanti da Shields, il qualcosa in più che definisce un sound e un’intenzione; una fuga di chitarre acide nei fantasmi del passato e nuove consapevolezze.
Consapevolezze che si fanno accettazione nel finale di Sky Took Hold, un nuovo corso ed una nuova strada: “Since I was a young boy it was always there/ Inside me growing none of it seems fair/ I’ve grown to accept it, let it take the stage/ And leave me helpless, watching far away”
Obiettivo centrato ma con tanti nuovi orizzonti ancora da esplorare.