Giusto per capire il dodicesimo album in studio dei veterani del pop punk si può prendere come sunto una canzone in particolare che offre anche un impietoso ritratto di come sono oggi i Green Day: mi riferisco ad Outlaws, quinto brano in scaletta di Revolution Radio. Si tratta una power ballad piuttosto scontata ed adolescenziale (ancora le nostre orecchie non hanno smesso di sanguinare per Wake Me Up When September Ends e loro ce la ripropongono?) in cui il lead singer Billie Joe Armstrong riflette sui ruggenti tempi che furono, quando lui ei ragazzi della band con cui ha condiviso una vita artistica e personale erano giovani, belli e ribelli (“Baby Hooligans / We destroyed suburbia / When we were outlaws /The outlaws of forever”), citando una loro canzone del 1992, Christie Road. L’impressione che offrono i Green Day oggi, soprattutto a noi altri nati negli anni Ottanta e con cui siamo cresciuti, è di un gruppo che ha sparato i suoi colpi migliori andando larghi di manica sino al 2004, anno dell’exploit globale di American Idiot, per poi campare di rendita, restando certamente fedeli a sé stessi ma è difficile dare sufficiente credito a dei quarantenni che propongono (ancora) un pop punk adolescenziale: mica sono gli Offspring, suvvia. Impressione, ahinoi, confermata da Revolution Radio.

Sia chiaro: bando ai preconcetti, perché rispetto a molti gruppi e gruppetti nati dalla Gilman Street (dove si trovava il locale omonimo in California in cui negli anni 90 ha mosso i primi passi il genere pop punk con gruppi come Operation Ivy, Rancid ed ovviamente i Green Day) la band capitanata da Billie Joe ha sempre avuto l’intelligenza di aprirsi al mainstream mantenendo fede alla propria natura e spesso offrendo al vasto pubblico materiale di qualità, almeno fino a quando non hanno iniziato a scadere nel manierismo di sé stessi.

Revolution Radio sulla carta doveva appunto parlare di rivoluzioni perché si innesta sul percorso di critica sociale che è un po’ la cifra ideologica dei Green Day e cade pure a fagiolo visto il periodo storico che in questo caso l’America sta vivendo: non mancano infatti i riferimenti all’attualità come nel singolo Bang Bang, un giro dentro la mente di un criminale autore di una di quelle sparatorie di massa che purtroppo a volte capitano negli States e con un ego narcisista da soddisfare tramite la condivisione via social del proprio delitto. E’ anche uno dei brani più riusciti, un velocissimo pop punk vecchia maniera, totalmente fuori moda ma che oggi sembra e suona incredibilmente genuino, come il sorprendente bridge a tempo di marcia: purtroppo canzoni così riuscite in Revolution Radio si contano sulla dita di una sola mano e si concentrano nei primi brani del disco che pare pure promettere grandi cose grazie all’apertura epica con Somewhere Now, definito da Billie Joe miglior opening track della loro carriera. Ed in effetti, al netto del clamoroso rip off di More Than A Feeling dei Boston notato da tutti, è un passo avanti verso gli Who e anche i Guns’N’Roses con un stadium rock tra pieni – vuoti di parti acustiche e muri di chitarre ed  arrangiamenti molto caricati; un capolavoro se l’avessero proposto negli anni 90. Somewhere Now, inoltre, celebra una specie di ritorno alla vita parlando della disintossicazione di Armstrong avvenuta nel 2012: quindi non solo temi politici, perché Revolution Radio è anche un disco di reazione non solo alle ingiustizie sociali ma pure ad un periodo costellato da una sfilza di sfighe che si è abbattuta sul capo dei membri dei Green Day come la Lucille di Negan: il chitarrista turnista Jason White ha avuto un cancro, così come la moglie del bassista Mike Dirnt. Fortunatamente entrambi guariti, ma le scorie di un periodo così oscuro ogni tanto si riaffacciano in qualche brano (Still Breathing).

Il problema è che esaurite le prime due tracce l’album scivola verso una china pericolosa: troviamo molti riempitivi, tracce in cui l’aspetto pop prevale su quello punk e farciti da ingenui slogan antisistema (Revolution Radio, Say Goodbye) nonostante comunque si senta che i Green Day sono al meglio delle loro capacità (Troubled Times), ma qui casca l’asino: davvero quello che sentiamo qui nella naif Still Breathing che si posiziona ai livelli dei Sum 41 o dei Blink 182 più riflessivi, nel divertissement di Bouncing Off the Wall, negli strilletti e riff elementari di Youngblood sono i migliori Green Day? Davvero questo è il massimo che possono fare dopo un’ottima premessa e promessa verso una piccola, timida evoluzione testimoniata dal brano di apertura di cui abbiamo parlato?

Dal gruppo di Billie Joe Armstrong ormai ci dobbiamo aspettare che facciano al loro meglio lo stesso lavoro che fanno da trent’anni, ma spiace sentirli a volte a livello dei loro epigoni, che se non avessero comunque una loro anima riconoscibile li si potrebbe confondere con nuove, insulse leve come gli All American Rejects o addirittura suonare come dei tirati Dashboard Confessional. Non aiuta il trittico finale di Forever Now, composto da due mini canzoni più un reprise di Somewhere Now, dotato di una forte intensità ma sembra di assistere tuttavia ai botti sparati sul finale in una festa delle medie, prima della mazzata finale: perché come in ogni festa adolescenziale che si rispetti, vai con il lentone acustico che però è totalmente avulso dall’intero album (infatti è un brano inserito a forza da Billie Joe, appartenente alla soundtrack di un film omonimo a cui ha partecipato), ovvero Ordinary World, ballad folk acustica da discount, vorrei-essere-Pete-Seeger-ma-preferisco-Californication-dei-Red-Hot-Chili-Peppers. E mai canzone che parla di convenzionalità e normalità poteva chiudere Revolution Radio, che come i Green Day vuole essere incendiario, ma è innocuo e purtroppo prevedibile.