C’è 2D seduto su uno sgabello, chitarra in braccio.
Sì è tutto vero questo è un nuovo album dei Gorillaz, è tutto tremendamente reale, ad un anno da Humanz, Damon Albarn e soci tornano a farsi sentire; scusate mea culpa, Albarn da solo torna a farsi sentire.
In un’intervista rilasciata qualche giorno fa per il The Sun infatti Damon sostiene fermamente che il visual-artist Jamie Hewlett è stato presente in studio per tutta la durata delle registrazioni e che, quindi, questo è un “Fottuto album dei Gorillaz”. Tutto bello ma poi il disco racconta tutt’altro, The Now Now è infatti, essenzialmente, un disco solista di Damon Albarn; un seguito di quel gran disco che fu’ Everyday Robots.

I’m the lonely twin, the left hand
Reset myself and get back on track
I don’t want this isolation
See the state I’m in now?

Prendiamo il primo singolo e opening track del disco: Humility. C’è il feat. con George Benson e ci sono le atmosfere, seppur molto più scarne, di Mr Tempo e qui il primo parallelismo con Everyday Robots; se ci mettiamo a scavare più in fondo poi troviamo anche altri collegamenti. Prendiamo la ballata posta quasi a chiusura, One Percent: se ascoltate attentamente, prima che Albarn inizi a cantare c’è un riff di chitarra in sottofondo che poi si allunga sotto la prima strofa; il riff è quello di Hostiles  che ovviamente è presente nel primo disco solista già menzionato.
Non disperate però, i Gorillaz ci sono e si sentono, lasciano delle impronte evidenti. Magic City è un chiarissimo richiamo alle atmosfere di Plastic Beach, riviste e alleggerite a livello musicale; poi la passerella che è Hollywood con due ospiti come Snoop Dogg e Jamie Principle, chiarissimo stile Gorillaz.

You got me lost in Magic City
You got me questioning it all
I hope that I make it home by Wednesday
And this Magic City lets me go

Potrei fermarmi qui e bollare questa prova come un pallido fantasma di quello che fu’ Everyday Robots, oppure una deviazione troppo brusca da Humanz però qualcosa mi spinge a scavare più a fondo.
Albarn ha ormai preso il controllo della creatura Gorillaz, è evidente; per farlo deve per forza scrollarsi di dosso i temi politici che aveva tracciato nella precedente prova e tornare a vestire panni a lui meno estranei, quelli appunto di cantautore. Se ci immergiamo nei testi infatti, scopriamo che tutto funziona, la scrittura è fresca e leggera. Ci trascina per mano e ci racconta la fine di qualcosa, la deriva delle relazioni e lo fa col solito tono svagato, alle volte inafferrabile; tipico del suo stile.
Qui è dove Albarn ci regala compatezza, ma soprattutto un disco estremamente regolare rispetto ai precedenti lavori targati Gorillaz.

Senza infamia e senza lode, questo potrebbe essere il riassunto.
Si poteva fare di più? Certo che si.
Un disco da accantonare? Assolutamente no, magari non lo ascolterete spesso ma lo ascolterete.