Abituati a sparigliare le carte ad ogni disco, i Goldfrapp della frontwoman Alison Goldfrapp e dell’uomo dietro le quinte Will Gregory non smentiscono il proprio modus operandi neppure con Silver Eye, settimo album in studio pubblicato a quattro anni di distanza dal riflessivo e delizioso Tales Of Us. I consumatori abituali di musica non si sorprenderanno dall’effetto sorpresa (se mi si consente il bisticcio) che ormai tale non è, e che fa sì che il duo attivo dal 1999 alterni album intimisti nelle atmosfere e nella produzione con lavori più roboanti e sintetici. A volte la pochade riesce, a volte meno soprattutto quando i Goldfrapp si aprono alle classifiche mainstream (chi scrive ha ancora i brividi, non di piacere, se pensa a Head First del 2010).

A questo giro tocca all’iperproduzione: il duo in Silver Eye si fa accompagnare da John Congleton (Modest Mouse, Explosions In The Sky, Cloud Nothings, John Grant, Xiu Xiu…) e da Haxan Cloak, al secolo Bobby Krlic (Björk) , mentre al missaggio hanno chiamato a raccolta David Wrench (Caribou, The xx). Il risultato è un album ricco di synth, molto texturizzato e stratificato e con – e questa è la novità che ci propongono quest’anno i Goldfrapp – una certa inclinazione industrial. D’altronde come ha dichiarato Alison a loro non piace ripetersi, ammettendo che a volte possono prendere le distanze da quello che hanno prodotto in precedenza e di come il loro processo creativo faccia perno sulla spontaneità e sull’incertezza di quello che proporranno album dopo album. Silver Eye, inoltre, rappresenta il primo lavoro su cui Alison Goldfrapp detiene il pieno controllo anche sulla parte visuale, a partire dalla splendida copertina che riporta una foto scattata da lei come le altre che caratterizzano il booklet (e meno male che ci sono ancora produzioni che contemplano i libretti a corredo dei cd) ei concept dei videoclip: il tutto presenta come trait d’union la location di Fuerteventura, nelle Canarie, un posto lunare che sembra emergere anche nelle atmosfere offerte dai brani di Silver Eye.

Pur nella discontinuità, alcuni tratti caratteristici dei Goldfrapp permangono: la opening track Anymore riporta la lancette dell’orologio ai primi anni zero della loro produzione, sia musicalmente che nella lascivia del testo, il quale ricorda la malizia che profumava abbandonante in Supernatural e Black Cherry. Bassi profondi, synth viscerali e quell’infiorata industrial che rappresenta, come già detto, l’effetto novità di Silver Eye: un brano d’apertura che si insinua nelle orecchie dell’ascoltatore e lo trascina nel suo vortice oscuro.

La successiva Systemagic continua con l’elettropop di apertura con accenni di Peaches, testi minimali e con riferimenti lussuriosi; una elettronica grezza e rumorosa che contrasta con la voce fatata di Alison e i cori in falsetto del ritornello indubbiamente radiofonico, ma è dalla successiva traccia che si entra in territori più rarefatti. Chi si aspettava una parata continua di fuochi d’artificio rimarrà spiazzato, perché dopo I primi due brani con vocazione da singoli arriva Tigerman che mette l’elettronica al servizio di una atmosfera più traslucida, sognante e sospesa (nonostante le sostenute ritmiche tribali) e dove la voce di Alison è molto più a fuoco degli altri brani. E siccome, come abbiamo accennato, per i Goldfrapp immagine e musica vanno di pari passo, sembra di vedere i paesaggi più spettrali di Fuerteventura, l’isola dove ha avuto luogo il photoshoot dell’album, e che ben si sposano con questo brano. Stessa cosa dicasi per l’onirica Faux Suede Drifter, aperta con tastiere alla Vangelis e con i vocalizzi non troppo eccessivi come un tempo di Alison a farla da padrone, e Beast That Never Was dove anche in questo brano la voce della Goldfrapp scansa facili virtuosismi.

C’è spazio anche per i ricordi d’infanzia come in Zodiac Black che si inerpica su territori quasi new age e trascendentali facendo avvertire la fisicità dei luoghi naturali che la ispirano e la freschezza della parata di slogan (ispirati dal documentario My Transgender Summer Camp) del brano preferito da Alison, Become The One. Ed al di là del fatto  che probabilmente il comparto lirico rappresenta la parte più debole dei Goldfrapp, come si nota in Moon in Your Mouth,  è anche vero che brani come questo offrono delle piacevoli e voluttuose ballad sintetiche, mentre a sorpresa la chiusura di Ocean presenta tonalità più dark, nate da uno stato d’animo nerissimo di Alison che ha influenzato in maniera spontanea le parti vocali e che ripropone quel lato industrial, già ascoltato in varie parti di Silver Eye, che in questo caso ricorda gli ultimi Depeche Mode.

Ma sostanzialmente i Goldfrapp, per fortuna, assomigliano solo a loro stessi: diciassette anni di carriera caratterizzati da una loro unicità, uno stile che nel cambiamento tra album pari ed album dispari rimane riconoscibile, negli alti e nei bassi. E Silver Eye rappresenta una ventata di freschezza a cavallo tra continuità e spiazzamento che dimostra come lo stato di forma e l’ispirazione dei Goldfrapp, a quasi vent’anni da Felt Mountain, si mantengano sempre su livelli notevoli.