La musica dei Godspeed You! Black Emperor è un suono arcaico che nasce nelle viscere della terra e raggiunge il cielo fregandosene di tutto ciò che sta in mezzo. Di quell’inebriante velo di apparenza che ci tiene lontani dalla verità, prigionieri consenzienti di norme sociali, leggi, stati, confini, ideologie e religioni. La musica dei Godspeed You! Black Emperor fa politica con il suono, con le registrazioni ambientali, con le parole stampate sul vinile, con i comunicati stampa e con il metodo di distribuzione.

Luciferian Towers, il nuovo disco del collettivo canadese uscito il 22 settembre per l’etichetta indipendente Constellation Records, è un manifesto musicale, l’ennesimo, nella compatta discografia di un gruppo che sfugge a ogni definizione e che ha marchiato con un segno indelebile, che solo il tempo renderà più visibile, l’arte a cavallo fra i due millenni, raccontando le inquietudini e le contraddizioni della società moderna tramite dei dischi monumentali costruiti su interminabili crescendo ed esplosioni sonore assordanti sapientemente alternate a momenti di calma apparente.

Luciferian Towers invece non è un disco monumentale – dura 44 minuti, la metà di Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven! e Yanqui U.X.O – ma soprattutto è un disco carico di positività, un sentimento che raramente appare nella discografia della band. Undoing a Luciferian Towers, il brano che apre l’album, è un crescendo stracarico di suoni, dalle chitarre distorte di Michael Moya e David Bryant al violino di Sophie Trudeau fino ai fiati, che oscilla fra atmosfere apocalittiche e melodie trionfanti, che ci lascia confusi e in bilico fra l’incubo e un inaspettato ritorno alla vita.

the “luciferian towers” L.P. was informed by the following grand demands:
+ an end to foreign invasions
+ an end to borders

Perché la vita c’è, non su Marte ma sulla Terra, nascosta dal rumore di fondo da cui emerge Bosses Hang, il primo vero brano di Luciferian Towers, un inno alla resistenza dominato da un riff poderoso che va a finire fra le migliori idee musicali dei GY!BE. Nella seconda parte del brano l’intensità cala, ma non il ritmo. Ritornano evidenti le influenze della band – minimalismo di Steve Reich e le dilatazioni degli Swans – e ritorna il crescendo che si conclude con un ritorno al riff iniziale. La costruzione del brano è impeccabile, forse anche troppo, come un po’ tutti i dischi della band post reunion del 2010.

Fam/Famine apre il secondo lato del disco richiamando, con un arrangiamento simile ma più rilassato, la melodia di Undoing a Luciferian Towers. Il brano funziona come momento di respiro, ma paga l’effetto ripetitività. Da annotare l’ingresso nella già sterminata lista di strumenti utilizzati dalla band di un synth, l’OP-1, che cerca di farsi spazio nel caos acustico dominato da una ritmica quasi free jazz. Fam/Famine si spegne accompagnandoci verso l’ultimo brano del disco.

+ the total dismantling of the prison-industrial complex
+ healthcare, housing, food and water acknowledged as an inalienable human right
+ the expert fuckers who broke this world never get to speak again

Anthem for No State è uno di quei brani che i GY!BE suonano in giro per il mondo da almeno un paio d’anni, un trattamento riservato a quasi tutte le nuove composizione del gruppo. I fan hanno rinominato la versione live del pezzo Railroads, eleggendolo subito fra i migliori lavori dei canadesi. La versione presente in Luciferian Towers è più corta di quella suonata live, perde l’introduzione e altri 8 minuti che la fanno sembrare troppo sbrigativa. Il brano parte con un duetto fra chitarra e violino e prosegue sommesso fino a un brusco cambio di atmosfera. Nella seconda parte entra in gioco la batteria, che richiama atmosfere a là Ennio Morricone in un’energica cavalcata fra chitarre intrecciate e tremolanti violini, che ci porta di nuovo in bilico fra luci e ombre.

Luciferian Towers per durata, atmosfere e suoni si discosta molto dai passati lavori dei Godspeed You! Black Emperor, e lo fa cercando di raccontare le zone luminose e i barlumi di speranza dell’umanità. Ma il cambiamento costa sempre qualcosa in termini qualitativi e questo si sente. Rimane comunque l’energia e l’enorme voglia di raccontare qualcosa senza usare il sopravvalutato linguaggio cantato o parlato. Rimane anche la sensazione che forse la durata di un singolo vinile –  limitazione probabilmente imposta dall’etichetta – stia stretta alla band e al messaggio che vogliono trasmettere. Un messaggio di denuncia, resistenza e speranza che solo dal vivo arriva diretto e con forza all’ascoltatore.