In queste giornate dalla temperatura africana alla quale cerchiamo tragicamente di adattarci chiudendoci in casa con la testa dentro il frigorifero ed evitando ogni contatto con il mondo esterno, le Girlpool ci tirano un secchio d’acqua gelata in faccia. E poi ci accarezzano. Queste due tipe dal look “ho abbandonato la scuola d’arte, adesso faccio musica” hanno un carattere decisamente forte, ma mostrano il loro lato “romantico”.

La prima domanda che viene in mente è: cosa ci manca degli anni ’90? Beh i video in stile VHS, filtri gialli e blu, magliette a righe sottili, lo skateboard e l’atteggiamento slacker. Lo shoegaze è tornato (qualcuno ha detto Slowdive?) e ci avvolge dolcemente, senza renderci appiccicosi, con melodie intime ma dall’animo punk. Con voci sussurrate e intrecciate Harmony Tividad e Cleo Tucker sembrano ascoltare in loop Elliott Smith e Alex G, proponendo un mood che deve molto, anzi moltissimo all’America di fine anni ’90.

Powerplant” dura mezz’ora ed è perfetto così, breve, con canzoni che scorrono rapide, dalla fragile “123” che apre l’album a “Static Somewhere”. Novità per i vecchi fan: le due ragazze aggiungono una batteria nei brani e la cosa funziona molto bene. Non cercano di sorprendere o dimostrare qualcosa, si appoggiano in leggerezza al passato sviluppando l’indie un po’ ingenuo che le aveva fatte notare su Bandcamp arricchendo il loro sound.

Ci sono canzoni davvero toccanti sia come melodie che testi come “Saop”, un fragile goiello in mezzo alle atmosfere dream pop dell’album. Le due ragazze osservano il mondo con la sensibilità di artiste mature, mettendo a fuoco le piccole cose che le feriscono (“Your dad saw you crying when you looked at the world / Sit and stare at your hands ’cause there’s so much to do”), le sussurrano e poi premono la distorsione. Questo è più o meno l’atteggiamento per tutti i 30 minuti.

Quello che molti etichetteranno come il solito indie-rock o comunque come una musica nostalgica è la questione più delicata dietro a “Powerplant”. È vero, ci sono canzoni che non brillano di originalità e molto probabilmente le Girlpool non entreranno mai tra i big della musica. Però mostrano molta sincerità in un genere dove sembra ormai tutto finto e preconfezionato. Sono fuori da ogni ideologia e ai loro fan va bene così, una musica per sentirsi liberi un po’ da tutto e tutti.

Dunque fa caldo, dalle persiane abbassate passa un filo di luce, vicino al letto il ventilatore emette il solito ronzio e le Girlpool suonano un misto tra dreampop, grunge, e shoegaze. Dopotutto non si sta così male.