Cinque anni fa, quando uscì Piñata, non sapevamo cosa aspettarci da un duo improbabile come Freddie Gibbs & Madlib, soprattutto considerando la differenza tra la musica che l’uno e l’altro avevano prodotto fino a quel momento: due mondi diversi che entravano in collisione. Il risultato, per chi ricorda, parlò da sé e fu uno degli album più interessanti e riusciti degli ultimi anni. Quest’anno il duo ritorna con l’attesissimo Bandana e, come ci si potrebbe aspettare, tutti si chiedevano se i due sarebbero riusciti a replicare il successo del progetto precedente. La risposta in breve è “Sì, ce l’hanno fatta”, ma, nonostante Bandana sia un seguito logico di Piñata, le differenze ci sono e si notano.

È difficile dire se quest’album sia migliore o peggiore del precedente, io stesso non mi sento di sbilanciarmi nell’uno o nell’altro senso. Se in Piñata, infatti, il ruolo di spicco era quello dei beat di Madlib, in Bandana è Freddie Gibbs a farla da padrone con le sue barre crude, cupe e al tempo stesso intelligenti e riflessive.

You was like a brother to me, no other to me
Swear I would trade my life for yours, I knew you was fucking with me

In primis c’è da considerare il fatto che, a detta sua, Madlib ha prodotto ogni traccia con un iPad e questo, nel bene o nel male, si sente. Capiamoci: i beat sono comunque prodotti in maniera magistrale, ma in alcuni momenti le batterie hanno un suono troppo pulito che stona con la crudezza dei testi di Gibbs e soprattutto perde quell’effetto lo-fi che tanto ci piace di Madlib. Di positivo, oltre alla qualità generale, va detto che il produttore ha provato –con successo aggiungerei– a uscire dalla sua zona di comfort con alcune basi dal sound fortemente Trap e con molti cambi all’interno della traccia che riescono a suonare inaspettati e al tempo stesso necessari.

Way back when we had rows and Lincolns is all a nigga ate
And every day I fuck up a bulletproof glass chicken plate, uh
Empty stomach, broken heart, and empty pocket
Three things that occur to show you if you and your niggas solid
Know that they won’t prosper but the devil still gon’ form the weapon
I can’t hold no grudges, my hands is too busy catching blessings

Dal canto suo, Freddie Gibbs ci porta il contenuto e la qualità che tutti ci aspettiamo da lui, ma un po’ meglio del solito: i flow e gli incastri in quest’album sono una spanna sopra quelli del precedente e il rapper riesce ad evitare di perdersi troppo nei tecnicismi a scapito del contenuto. Gibbs è conciso, preciso e crudo, ma non perde la raffinatezza nella scrittura e il misto di tutti questi elementi rende i testi immersivi e carichi di emozione e potenza narrativa. I temi sono la strada, la vita di violenza, spaccio e crimine e, soprattutto, la conclusione che arriva nel momento in cui ci si sente adulti e responsabili (nel suo caso la necessità di occuparsi e tenere al sicuro la propria figlia) e si decide di abbandonare questo stile di vita tossico in favore delle persone che si hanno a cuore.

Anticipatin’ and killin’ my own in search of wealth
Should he come knockin’ at the door of your home, you know, we don’t fear death
Knew the Lord was in the room when my daughter took her first breath
Cold turkey on the dope, had to gain the knowledge of self

Cataracts parla proprio di questo: vita di strada, smettere per la responsabilità di essere diventato padre, relazioni che non funzionano e un’ultima strofa che guarda indietro a tutte le persone che si sono perse lungo la strada con considerazioni sulla spiritualità e un eventuale aldilà. Il beat è minimale: una chitarra estremamente West Coast e una batteria –purtroppo troppo pulita– con un cambio che rende il tutto più sommesso e calmo grazie a degli archi messi in reverse e una batteria più meccanica. L’effetto del cambio sembra quasi un passaggio dal giorno alla notte, come se le prime due strofe fossero realtà vissuta e l’ultima un flusso di coscienza dei pensieri notturni del rapper.
Fake Names e Flat Tummy Tea sono esempi delle capacità liriche di Gibbs che, con un cambio di flow dietro l’altro, riesce a darci un’interpretazione magistrale.

Every mornin’ I wake up with my daughter, Dora Explorer
Then I get right back to the pot
Kitchen stankin’, that’s potty trainin’
Murder note go to the muhfuckin’ plaintiff at my arraignment
Keep the dead oppressors on green paper
Fuck bein’ famous, nigga

Le collaborazioni sono ottime con una sola eccezione: Palmolive. In questo pezzo c’è un’enorme caduta di stile da parte di Gibbs con una barra contro i vaccini (non solo un segno di grande ignoranza in merito, ma anche e soprattutto un’idea estremamente pericolosa) e un Killer Mike relegato al ritornello nonostante tutti sappiano quanto capace egli sia; insomma uno spreco. Fortunatamente interviene Pusha T a salvare la situazione con una delle migliori strofe che lui abbia mai scritto in una collaborazione, soprattutto con il verso che parla di come Obama lo abbia fatto entrare alla Casa Bianca nonostante sapesse del trascorso criminale del rapper.
Un’altra collaborazione riuscita splendidamente è quella di Anderson .Paak in Giannis, in cui la sua voce nel ritornello minimale da una sensazione quasi di gospel e la sua strofa sopra un campione preso da Bollywood (in tipico stile Madlib) risulta fresca e spettacolare.

Con Bandana, Freddie Gibbs & Madlib non creano qualcosa di incredibilmente nuovo rispetto al precedente lavoro, ma ci regalano comunque un altro ottimo album che li consolida come uno dei duo con maggior chimica della storia del genere.