Fossimo un giornale generalista che si avventura in analisi estemporanee della realtà musicale, la vicenda Frank Ocean sarebbe un bello spunto per attaccare un insostenibile pistolotto sul paradosso di un’industria musicale bulimica e impaziente ed una platea di persone tutto sommato ben assorbite dal tessuto sociale che si ferma pomeriggi interi a guardare un ragazzone di Los Angeles maneggiare una sega circolare in un contesto di evidente carenza di dispositivi di protezione individuale.

Potrei, ma mi piacerebbe anche continuare a convivere con me stessa anche dopo la fine di questa recensione.

Frank Ocean, membro atipico degli Odd Future prima e collaboratore irrinunciabile del pop più apprezzato degli ultimi anni poi, c’era piaciuto molto fin dai giorni di Nostalgia, Ultra, vero e proprio apripista insieme alle apnee notturne di House of Balloons di The Weeknd di un filone RnB eclettico e schietto. Il genere di disco che potrebbe appassionare tanto un nostalgico di Aaliyah quanto un diligente allievo di Simon Reynolds.

In Channel ORANGE, uscito nel 2012, un po’ come i Vampire Weekend (ma al netto dei manierismi da Trivial Pursuit), Frank Ocean è un osservatore acuto del presente, un cantautore autentico il cui coming out, avvenuto con un post su Tumblr , viene giudicato come uno dei passi più significativi verso la riconciliazione (non ancora completa) tra il mondo dell’hip hop, tradizionalmente associato ad un immaginario piuttosto omofobico (cui persino gli Odd Future, amabili cazzoni ormai sulla via della maturità, non erano proprio immuni), e quello LGBT.

Naturalmente si potrebbe obiettare che l’affermazione negli anni di artisti come Le1f , Mikki Blanco, o più recentemente serpentwithfeet è più frutto degli sforzi dei singoli che dell’endorsement indiretto del pupillo di Beyoncé, e che un ruolo non marginale in tutto ciò l’ha giocato il prepotente ritorno alla ribalta della ball culture. Quello che non possiamo ignorare però è la straordinaria rapidità con cui Frank Ocean è entrato a far parte di quel conclave laico della “Buona Musica” in cui ogni distanza tra il personale e il politico in pratica si annulla e ogni disco ha il dovere di essere un instant classic.

Questa fastidiosa manfrina protrattasi ben oltre ogni ragionevole bisogno serve a introdurre adeguatamente il lettore meno attento al delirio di marketing e bassi istinti che ha preso vita verso la fine di Luglio di quest’anno, quando è apparso chiaro, dopo una lunga sequela di allusioni, speranze infrante, e qualche velata minaccia che questo disco sarebbe arrivato.

Boys don’t cry o quello che è.

“E’ un disco!”
“E’ una rivista! “
“No, è un film!”

Se è vero che i pigri travestimenti di Superman non hanno mai fatto sfracelli al botteghino, è altrettanto vero che la strategia criptica ai limiti del sadismo che ha accompagnato il secondo album di Frank ha avuto il merito di destare un hype tale da far sembrare la release di A Moon Shaped Pool avvincente come una cresima.

Ad un anno di distanza dalla comparsa dei primi indizi circa l’esistenza di un progetto editoriale chiamato Boys don’t Cry (cui hanno fatto seguito mesi di feroci speculazioni) è cominciato un live streaming lungo una settimana i cui effetti sono stati la preview degli instrumental ed un risveglio nelle nuove generazioni della passione per il bricolage. Questo disco, che non è un disco ma un film in esclusiva su Apple Music (ma di questo torneremo a parlare), si chiama Endless e si colloca in quello scivolosissimo crocevia dove le installazioni artistiche incontrano gli esercizi di stile e le ospitate di prestigio. E’ un bell’album ma non è il nostro album.

Per ascoltare Blonde, o Blond, abbiamo dovuto aspettare qualche ora. Ancora una volta si è trattato di un’esclusiva Apple Music ma pochi fortunati sono riusciti ad accaparrarselo in un accattivante bustone semi riflettente corredato da una fanzine patinata di oltre 300 pagine in stile Toilet Paper di sicuro successo su Ebay.

Appare chiaro fin dal primo ascolto che Blonde (o Blond) mette tra sé e il suo predecessore un margine più ampio del previsto. Se la traccia di apertura, Nikes (corredata tra l’altro da un video molto poco SFW talmente carico di spunti e suggestioni che al confronto Lemonade e M3ll155X sono due pre-diciottesimi) è tutto sommato quello che ci aspetteremmo da un disco di Frank Ocean, con un toccante tributo a Trayvon Martin (“That nigga looked just like me”) e A$ap Yams, in Ivy le chitarre annacquate di Alex G su cui non smetteremmo mai di struggerci non suonerebbero fuori luogo in un disco dei Durutti Column e “I thought that I was dreaming when you said you loved me” suona così ingenuo da catapultarci di botto negli anni in cui essere inadeguati era solo la condizione necessaria per pensare che un giorno avremmo fatto in tempo a fare di meglio, “Everything sucked back then” ma anche “We had time to kill back then”.

In Pink + White, la spensieratezza lo fi lascia il posto ad una combinazione piano e chitarra resa extra smooth e impreziosita nei credits dalle vocalizzazioni di Beyoncè: un sorso di long island al tramonto di un’altra giornata trascorsa al sicuro, prima che il corso delle cose ci investa con la sua forza bruta e impersonale.

Una certo disincanto, marchio di fabbrica di tutto il catalogo di Frank Ocean, pervade il resto del disco, c’è la voglia di scacciare le cazzate del passato per fare spazio a quelle che verranno (Solo), ci sono le notti di scambio che ti fanno dormire con un occhio aperto malgrado tutta l’erba del mondo (Skyline To), ma anche quelle notti in cui il trucco proprio non ti riesce e la droga, e i soldi, e il carattere di merda che hai non ti impediranno di tornare a casa da solo (Self Control, aspersa di tristezza ad arte da Yung Lean).
Nights è forse il passaggio più critico del disco, dove la notte si muove a due velocità, quella delle sessioni in studio, dell’impazienza e degli addii brevissimi ma anche lo stillicidio delle ore più vulnerabili dei giorni precari all’Università in Texas (“Your apartment out in Houston’s where I waited/ Stayin’ with you when I didn’t have a address /Fuckin on you when I didn’t own a mattress/ Working on a way to make it outta Texas / Every Night”).

Andarsene è anche l’imperativo in pezzi come White Ferrari, prodotta insieme a James Blake, “Clearly this isn’t all that there is” sussurra il cantautore londinese, chissà che ne è stato di quel “So why see the world when you got the beach” (Sweet Life).
Siegfried, squarciata a metà dagli archi come in una colonna sonora di Bernard Hermann, è l’altra faccia di

Ivy, un presente asfissiante dove il tempo da ammazzare è finito ed è tardi per abituarsi tanto alla sincerità quanto alle regole della provincia americana, “Maybe I should move/settle down two kids and a swimming pool/ I’m not brave […] I’d rather go to jail”: l’ultimo riverbero di rabbia prima di Godspeed e Futura Free, un placido recap degli ultimi 50 minuti sonori. O degli ultimi quattro anni. Capita quando si fa un disco così.

Conclusioni

Blonde ha debuttato alla prima posizione della Billboard 200 (Pitchfork), ha venduto 276mila copie ed è stato scaricato illegalmente circa 750 mila volte (Hypebeast).
Perché tanto successo? Perché esiste persino uno spiegone del Post su Frank Ocean ed è lì, accanto alla Brexit e a Boko Haram? Facile, Blonde e Frank Ocean sono un perfetto Bignami su cosa significa produrre e promuovere un disco nel 2016. Nella forma e nei contenuti, persino nei momenti apparentemente più eclettici, Blonde ricalca un percorso collaudato a lungo dai grandi dischi degli ultimi anni, da Kanye West, fan degli intermezzi in stile pastorale americana fin dai tempi di My Beautiful Twisted Fantasy, a Chance the Rapper, da Kendrick Lamar a Blood Orange.

Il novero dei collaboratori e delle influenze (il confine tra le due categorie è ancora piuttosto fumoso) è un manuale che spazia dal necessario (Arca, Rick Rubin, Johnny Greenwood), all’improbabile (David Bowie, Elliot Smith, Gang of Four), mentre contributi come lo shade sulle patatine fritte di Kanye oppure i listoni dei film e delle canzoni preferite di Frank sollevano quesiti sul senso di un’operazione simile: bizzarra una volta superati i 14 anni, inspiegabile da parte di un artista che durante il suo (non) silenzio discografico tra il 2012 e il 2016 (la produzione di dischi per Beyoncè e James Blake non è passata inosservata) pochissimo ha lasciato trapelare di sé stesso. Il timore (e il pensiero vola alla felpa dei Jesus and Mary Chain sfoggiata in segheria) è quello di aver appena assistito alla trasformazione dell’uomo dietro Swim Good in un brand.

“Play these songs, it’s therapy momma, they paying me momma
I should be paying them
I should be paying y’all honest to God”

Siamo pari allora.

Marta Santi