“È più facile essere qualcun altro…”

Cosi si esprimeva David Bowie riguardo i suoi tanti alter ego. Essere qualcun altro in realtà è un concetto largamente dibattuto negli anni rispetto l’identità esistenziale. Quando sui social mi capita di incappare in qualche frasetta becera circa l’essere sé stessi sorrido con velato sarcasmo. Essere se stessi implica la consapevolezza di essere in un certo modo, implica necessariamente il “conoscere” se stessi e quanti di noi possono in serenità affermare tale pronunciamento?

La pluralità dell’essere interiore è un principio che Bowie ha esplorato lungamente nel corso della sua prodigiosa carriera dando vita a diversi personaggi, suoi alter ego, quali Ziggy Stardust, Aladdin Sane, the White Duke etc. In verità essere qualcun altro ha molteplici vantaggi: consente di esplorare zone esistenziali alle quali altrimenti non avremmo accesso, di sperimentare situazioni ed ambiti che, diversamente, nei nostri panni, non conosceremmo mai, ma anche di non essere mai colpevoli di nulla, di non assumersi mai alcuna responsabilità diretta.

La scuola di pensiero fondata dal maestro spirituale Georges Ivanovič Gurdjieff afferma che ogni essere umano non è mai uno, ma moltitudine: ciò che io sono ora non è la persona che ero mezz’ora fa, ieri, un mese fa, come del resto non sono ciò che sarò tra un attimo, tra un’ora, domani, tra un mese e cosi via. Il mistico armeno, le cui teorie in Italia sono state abbracciate (e diffusamente citate nella propria produzione musicale) da Franco Battiato, afferma che le molteplici personalità che albergano in ognuno di noi spesso sono anche contrastanti tra loro, diverse in maniera siderale, tanto da arrivare ad essere entità in conflitto.

David Bowie sembra quindi aver basato profondamente la sua carriera su tale postulato. Ecco perché quelle che sembravano ai contemporanei dell’epoca delle deliranti improvvisazioni erano invece frutto di studi spirituali, ispirazioni che avrebbero avuto una sostanziale funzione di rottura degli schemi, per non parlare dell’immensa influenza che ebbero sulla creatività di generazioni di artisti, musicisti, designer nei decenni a seguire.

Queste riflessioni giungono dopo aver visto “David Bowie is” docu-film basato sull’allestimento della mostra omonima che si è tenuta nel corso degli ultimi tre anni al Victoria & Albert Museum di Londra e che ora arriva a Bologna fino al 13 novembre. Per quanto riguarda il film si è trattato di un carpe diem qui a Roma, in quanto è stato messo in programmazione solo per tre giorni. La mostra itinerante del VAM attualmente in Italia, e che poi toccherà Stati Uniti e Giappone, contiene centinaia di oggetti, costumi, reperti e foto in quella che ormai viene considerata quale la più imponente retrospettiva dedicata ad una rockstar contemporanea.

Tra gli altri sarà possibile ammirare il costume di scena di Ziggy Stardust e la foto originale scattata da Terry O’Neill per la photo session di Diamond Dogs. Lo stesso O’Neill, intervistato nel corso del film, dichiara che il suo scatto è considerato “la seconda più bella foto del rock”. E ancora, i manoscritti originali delle canzoni, schizzi per le copertine dei dischi, interviste e spezzoni di film, addirittura lo story board disegnato da Bowie stesso per un video. Assolutamente da non perdere.

 

Gabriella Zambrini