Siete in treno, magari in macchina o forse nel solito piccolo bar sotto casa e vi viene voglia di ascoltare il nuovo album di questo ex-hipster (si è tagliato la barba) che va tanto di moda oggi. In fondo è sotto la Sub Pop records pensate, non può essere deludente. Chissà, “I love you, Honeybear” vi era anche piaciuto. Le prime melodie del piano coprono il tramonto, la sua voce fa scivolare via ogni distrazione che ti gira attorno e i sassofoni nascondono i pensieri che ti hanno rovinato la giornata. “Pure Comedy” è un lungo racconto postmoderno che sembra mettere in musica “Infinite Jest” di Wallace. Ed è profondamente malinconico.

L’album si presenta come una satira dell’umanità contemporanea, una delle tante potete dire, certamente, ma questa è una delle poche fatte bene. Josh Tillman si concentra sui testi, su quell’adorabile cinismo che traspare dai sui occhi. ”My social life is now quite a bit less hectic/The nightlife and the protests are pretty scarce” e “Bedding Taylor Swift / Every night inside the Oculus Rift” sono quei tipi versi che ti fanno sorridere con un retrogusto amaro.

Smaschera un teatro che dovremmo conoscere bene, fatto di intrattenimento fine a se stesso, dove stereotipi che non cadranno mai continuano a recitare esistenze vuote (“Total Entertainment Forever”). Con atmosfere lente anni ’70 ci dice “Hey, rilassatevi, questo è lo schifo in cui viviamo, cercate di volervi bene”. Guarda il mondo con aria distaccata andare avanti, niente illusioni, niente preghiere. Colora le parole con arrangiamenti che vanno dal folk pop al gospel, con violini, sassofoni e melodie decisamente orecchiabili. Si lamenta con consapevolezza e autocritica, dopotutto ha scritto canzoni per Beyoncé e Lady Gaga, che sono le punte dell’ entertainment industry, quindi, beh, sa quello che ha fatto. È un narcisista, forse anche snob con l’anima tormentata e dovreste odiarlo, ma in fondo vi rispecchiate in lui, in quell’anti eroe che ognuno ha dentro di sé.

Tillman è uno dei migliori cantautori americani e lo dimostra con un album che non ha canzoni brutte, al massimo prolisse che a volte sanno di già sentito, ma che fanno chiudere gli occhi e spingono a qualche necessaria riflessione su quello che ci circonda. “Leaving L.A.” ad esempio dura 13 minuti e non ha un ritornello, ma la critica sardonica alla società di Los Angeles e alla propria immagine pubblica ti tengono in sospeso per ascoltare il suo racconto, come per dire “E poi? Che succede?”.

A volte sembra di sentire il Neil Young di Harvest, dentro una vignetta del New York Times, un vortice fatto di una costante depressione che accarezza i temi della cultura pop, religiosi e tecnologici. Il tutto sfocia ovviamente in un lucido cinismo. Dalla misantropia però Josh Tillman si rifugia in un finale alla Bojack Horseman: “Each other’s all we got”. Fate scendere quelle lacrime e abbracciatevi, avanti.