Oggi parleremo di Care, ultimo LP di Tom Krell (in arte How To Dress Well) uscito per Domino il 23 settembre. Come al solito a modo nostro, in 5 semplici ed immediati punti:

CHI È HOW TO DRESS WELL?

How To Dress Well è l’interessante progetto musicale di Tom Krell. Classe ’84, americano, ha abbandonato gli studi filosofici per dedicarsi alla musica. Dopo un ottimo debutto nel 2010 con Love Remains, ha realizzato altri due album ufficiali (Total Loss, What Is This Love?) che, grazie anche alle molte e meritate lodi della critica, lo hanno portato alla ribalta internazionale.
La sua formula? R&B contaminato dall’elettronica. Niente di nuovo starete pensando, eppure, oltre ad essere stato uno dei primi ad operare in tal senso, ha mantenuto come punto cardine della sua produzione l’arte, cercando costantemente di elevare la propria musica dal punto di vista qualitativo ed estetico.

IL DISCO

Arriviamo così a Care, ultimo lavoro di Krell, co-prodotto da Jack Antonoff (noto per aver collaborato con Taylor Swift), Dre Skull, CFCF e Kara-Lis Coverdal e mixato da Andrew Dawson (Fun. e Kanye West).
«Care è un album davvero gioioso, spero che ascoltarlo vi possa dare piacere sopra ogni cosa». Queste le parole utilizzate da How To Dress Well per descrivere Care poco prima dell’uscita. E all’ascolto ne abbiamo avuto conferma. Rispetto ai lavori precedenti è presente una maggiore solarità e vitalità che comportano, da un punto di vista musicale, un approdo verso sonorità pop ed EDM. Se in alcuni momenti (pochi a dir la verità) questo cambio di rotta risulta convincente, nella maggior parte dei casi si avvicina pericolosamente verso un’orecchiabilità troppo generosa e scontata. Non che la facilità di ascolto sia un difetto di per sè, lo diventa nel momento in cui si scade nella banalità del già sentito. Inizialmente questa sensazione viene fuori prepontemente salvo poi ridimensionarsi prendendo in considerazione il disco nella sua totalità. Rimane preponderante la componente pop, sottesa praticamente in ogni traccia, ma alcuni passaggi più oscuri e sperimentali (“Ruins” e “Untitled”) rendono Care un disco più variegato. Evitabile l’accoppiata synth-pop di “I Was Terrible” e “Anxious”.
I testi si sviluppano tra la tematica amorosa e la speranza che questo momento di serenità continui. Meglio sorvolare sulla copertina.

IL DISCO: TRACCE MIGLIORI

I momenti migliori dell’album sono quelli, come già si accennava in precedenza, in cui si ritorna alla sperimentazione dei dischi precedenti. Il che, considerando che stiam parlando di un disco pop, è abbastanza emblematico della riuscita di Care. Abbiamo “Untitled”, canzone d’amore in cui un piano delicato viene accompagnato da atmosfere ambient, il tutto retto dalla voce fragile di How To Dress Well. Altro pezzo degno di nota è “This Was Meant To Stay” col sul R&B freddo e i bassi distorti del ritornello.
Discorso a parte per “Can’t You Tell” e “Lost You/Lost Youth”, due tra i singoli lanciati e tra i brani più riusciti dei pop-oriented presenti nell’album. Il primo col suo tocco funky e il secondo, inno pop in cui Krell canta (“And they say that love can change your heart / And brighten up that darkness and I thought that too / When I was younger / But I lost youth when I lost you”).
“The Ruins” è per assurdo il brano migliore e allo stesso tempo il meno omogeneo col resto del disco. Bassi cupi ed ovattati ed accordi taglienti di chitarra accompagnano la voce emozionata di HTDW.
“Salt Song” è una buona canzone pop sul desiderio di sentirsi finalmente a casa e di trovare una propria dimensione. Interessanti gli spunti rock nel finale.

VALE LA PENA ASCOLTARLO?

È vero è un disco felice per le atmosfere che è in grado di creare e per le sensazioni che riesce a dare, ma purtroppo non si può dire la stessa cosa a livello musicale. Senz’altro se appasionati della musica di Tom Krell o se bisognosi di un sorriso.

CONCLUSIONI

Si è spesso parlato dello stretto ed ambiguo rapporto che intercorre tra il dolore e la sofferenza e le grandi opere d’arte, di qualunque tipo esse siano. Care, forse, con presupposti e risultati, è una riconferma di quanto a volte, per fare buona musica, serva una buona dose di sensazioni negative.
How To Dress Well ci regala un disco insipido, privo di brani eccezionali, di cui ci dimenticheremo presto; tenta coraggiosamente di incarnare quel rischioso connubio tra arte e pop ma finisce per propendere ingenuamente verso la seconda.

 

 

Filippo Greggi