L’annuncio nelle settimane scorse di un nuovo disco di Kendrick Lamar, oltre a catalizzare la più imponente manifestazione di devozione nei confronti di un singolo individuo dai tempi dell’ascensione al cielo di Romolo, ha avuto un effetto preciso: sancire brutalmente la fine delle speranze di Drake di portare a casa il titolo di MVP del 2017 con More Life.

Sorry, papi. Time for grown ups now.

Ma distogliamo per un attimo lo sguardo dal finale della storia (di fatto non ancora scritto) e concentriamoci sulle premesse.

Gli ultimi 7 anni della carriera di Drake, diciamo dai tempi di Thank Me Later, sono stati caratterizzati da una progressione esponenziale dei numeri del suo successo. Aubrey Graham infrange record, lancia artisti, e strappa applausi alla critica (la media dei suoi ultimi 7 dischi su Pitchfork è un brillante 7,9).

Eppure Drake non convince tutti.

Per una larga fetta di puristi del rap, Drizzy sembra mancare della credibilità necessaria per giocare così avanti e ogni pretesto sembra buono per ridimensionare le sue stats e rinfilarlo nei panni del ragazzone canadese troppo buono (fosse nato dentro al Grande Raccordo Anulare sarebbe divenuto presto esempio di “grande, grosso e fregnone”) per essere preso sul serio. Così, a detta una parte del web, Drake non scrive le sue rime, non conosce il gergo della sua stessa città, non sa allenarsi in palestra come si deve, e addirittura non è buono neanche per fare il tifo.

Eppure per ben due settimane è stato ritenuto ragionevole considerarlo come l’uomo da battere, come mai?

La risposta è quanto mai banale: More Life è un disco della Madonna.

Dopo il successo di VIEWS, un album per lunghi tratti poco convincente ma trainato dai numeri ipertrofici di singoloni come Hotline Bling, Controlla e One Dance (di cui abbiamo già tessuto le lodi), la sensazione era quella di trovarsi di fronte ad un gigante coi piedi d’argilla. Un prodotto assemblato con l’ambizione di chi punta altissimo senza essere attrezzato per durare a lungo. Tra l’essere veramente sé stesso ed essere il migliore, Drake sembra destinato cadere sempre a metà strada, come una pallina di carta troppo leggera.

More Life, pur preceduto da un’attesa carica di aspettative, arriva con un sottotitolo insolito, fatto per stemperare i toni: A Playlist by October Firm. Sganciandosi dal concetto tradizionale di album, Drake sembrerebbe voler ridimensionare il valore del progetto, trasformandolo quasi in un passatempo promozionale. Invece, nella parola playlist è racchiusa tutta la nuova identità che il rapper di Toronto ha scelto per sé: quella dello sperimentatore di nuovi mainstream possibili.

In More Life Drake ha raccolto tutte le suggestioni artistiche che hanno catturato la sua attenzione negli ultimi anni per creare una sorta di almanacco pop dell’Anno Domini 2017. Il risultato? Brap

Già dal titolo infatti, Drizzy ci tiene a mettere in chiaro che lui è “a rota de’ Caraibi” .

L’espressione “More Life” è presa in prestito dal patwah giamaicano ed è un modo per augurare fortuna a qualcuno ormai sdoganato nel mondo da un ambasciatore d’eccezione della cultura delle Grandi Antille come Vybz Kartel.

Accantonato il brag d’apertura Free Smoke, una sonora sberla in faccia a Meek Mill (“How you let the kid fighting ghostwriting rumors turn you to a ghost?“) e a tutti quelli che non lo ritengono capace di tenere il pallino del gioco, Drake torna ad affacciarsi con No Long Talk in uno dei suoi nuovi territori sonori preferiti: il grime.

“Hollowman” Giggs, insieme a Skepta, è uno dei personaggi cardine del genere che danno al disco l’autenticità di un viaggio “non turistico” attraverso le sonorità alternative (spoiler: il grime non è più considerabile come alternativo da un pezzo) proposte: “Textbook, like it’s old school, like textiles”. Un concetto rafforzato anche da pezzi come Gyalchester, KMT, e Skepta Interlude. “Died and came back as Fela Kuti”: la ribalta sì, ma senza compromessi.

Passionfruit, una slow burn dal sapore tropicale prodotta da Nana Rogues (non a caso londinese di Hackney), è uno dei pezzi meglio riusciti di tutto More Life. La polaroid chiarissima di una relazione coltivata a distanza a spese dell’amor proprio  (“Seein’ you got ritualistic/Cleansin’ my soul of addiction for now/’Cause I’m fallin’ apart, yeah”).

Il debutto in More Life di Jorja Smith (nei confronti della quale abbiamo già espresso amore incondizionato ), trasporta il tema della lontananza nel territorio soul che tutti aspettavamo con ansia. Get It Together prende in prestito da Superman di Black Coffee, brillante produttore afro-house di Soweto, l’incedere club oriented e qualche accenno di piano jazz pigro e sornione, steso sulla traccia come sul bordo di una piscina: “You know, we don’t have to be dramatic/Just romantic”.

4422 è l’atteso contributo alla causa di Sampha, una della intuizioni più felici di Drake che lo ospitò nel suo Nothing Was The Same in tempi non sospetti. Come al solito il tema è quello degli affetti e della distanza che rende tutto più intenso e più frustrante, proprio come una telefonata fatta da un capo all’altro del mondo.

44, 22

You build it up to break it halfway through

Just make the call, 22

But you’re just the same as I ever knew

(44 e 22 sono i prefissi dei luoghi del cuore di Sampha, l’Inghilterra e la Sierra Leone).

Il sacrificio, altro elemento su cui Drake ha costruito gran parte della propria mitologia (started from the bottom, non ce lo dimentichiamo), torna in More Life con Sacrifices, pezzo fiume scritto insieme a 2Chainz e, Atlanta’s finest, Young Thug (che guadagna una comparsata anche nel momento più tropical del disco, Ice Melts)

Gotta deal with people straight, I got my 23’s laced

It’s a marathon, not a sprint

But I still gotta win the race, yeah

Sembrerebbe già un sacco di roba, no?

E invece c’è di più.

Il tandem micidiale Nothings to Somethings – Teenage Fever è una soluzione di sampling & drama preparata ad arte per sciogliere l’ascoltatore più duro di cuore. Ci sono i rumours della sua storia con Serena Williams terminata nella beffa (“Did I just read that you just got engaged on me?
I heard from your friend, you couldn’t even tell me/
Or better yet, wait on me” ma anche “Least, do I get an invitation or something?/A statement or something?”), e c’è la campionatura pop d’annata (If You Had My Love di Jennifer Lopez trasformata praticamente in Sade). Che volete di più?

Kanye West, per esempio.

Glow é poco più di un compitino per King Kanye, ma il finale Earth, Wind & Fire (presente nel sample di una versione live della loro Devotion) basta per portare a casa il risultato.

Do Not Disturb è il finale che mette un punto esclamativo ad un disco fresco e piacevolissimo, sebbene forse un po’ prolisso, che ben fotografa una nuova fase nella carriera di Drake.

My life is centered ’round competition and currency

Takin’ summer off, ’cause they tell me I need recovery

Maybe gettin’ back to my regular life will humble me

I’ll be back in 2018 to give you the summary

Buone vacanze.